giovedì 9 novembre 2017

in queste ore 28 anni fa....


Il 9 novembre del 1989 i berlinesi accorsero armati di piccone per demolire una volta per tutte l’odiato muro, il cui crollo fu universalmente interpretato come un segno del fatto che la divisione in due blocchi dell’Europa stava definitivamente finendo.      La caduta del muro venne accolta festosamente dagli abitanti di Berlino, che si riversarono per le strade della città in quello che probabilmente fu uno dei festeggiamenti spontanei in città più grandi della storia.

Lettera aperta al Presidente Grasso: uno come lei leader di una Cosetta?


Mario Lavia
Democratica 8 dicembre 2017

Egregio Presidente,
chi si permette di scrivere questa lettera è uno dei tantissimi italiani che negli ormai lontani anni Novanta, quando Cosa Nostra insanguinava i marciapiedi della sua Palermo e ammazzava gli eroi Falcone e Borsellino, vedeva in lei il degnissimo continuatore della guerra alla mafia; e con emozione la vedeva alla tv circondato dalla imponente, necessaria scorta, sul luogo dell’ultimo attentato, o muoversi in quella enorme sala bunker dove infine si assestò un colpo mortale agli uomini di Totò Riina.
Per questo quando Lei accettò di entrare in politica e in Parlamento con il Pd fu per tanti un’ottima notizia. Un grande combattente darà il suo contributo di conoscenza e di stile personale alla riforma delle giustizia – mi dissi – e in ogni caso al miglioramento della qualità delle istituzioni e della politica.
Lei, caro Presidente Grasso, è una di quelle personalità che hanno reso l’Italia migliore, e in un certo senso la sua figura appartiene a tutti, poiché fa parte di un patrimonio condiviso che è alla base della nostra democrazia. In questo modo, persino al di là della sua vicinanza al Pd, il suo ingresso in politica venne percepito: e la sua elezione a presidente del Senato ne costituì il suggello.
Oggi, a quanto sembra, Lei si accinge ad una scelta che sorprende chi ammira in lei il valore nazionale e generale della sua azione. Una scelta politica, ovviamente del tutto legittima, che rischia di sminuire la sua figura di grande italiano a leader di un piccolo schieramento di gruppi e partiti dai tratti prevedibilmente minoritari e estremistici. Uno scarto, insomma, una deviazione da un percorso sin qui lineare e illuminato.
Diventare il capo di un cartello elettorale di forte minoranza, per di più un cartello dominato da figure assai inclini alla polemica interna ai limiti del cannibalismo politico, una sommatoria di sigle che non tarderanno a litigare fra di loro, una piccola Cosa rossa che proprio nella sua Sicilia ha già mostrato i suoi limiti: mentre i populisti, anche grazie alla spaccatura del centrosinistra favorita da questa aggregazione di cui Lei si accinge a divenire il leader, alzano la testa e “vedono” una possibile vittoria elettorale: ha senso?
Dunque, egregio Presidente, voglia accogliere le preoccupazioni di un suo ammiratore per una sua scelta che rischia di sminuire il suo ruolo e di non fare il bene della sinistra italiana.
Con sincera stima.

Perché il continuismo cattodem non convince


Giorgio Armillei
8 novembre 2017
dal blog landino
Con il consueto equilibrio dello storico attento ai dettagli e alle dinamiche di sistema, Guido Formigoni torna* su un trittico fondamentale in questa fase di post transizione e di mancato consolidamento: le regole istituzionali, gli allineamenti politici e infine il rapporto tra politica ed economia nel tempo della globalizzazione. L’analisi è accurata ma lo sguardo sembra ancora una volta preda di una linea continuista che sotto traccia attraversa tutto il percorso di una parte del cattolicesimo democratico dalla fine degli anni ottanta in poi. Dall’analisi si giunge così a considerazioni di prospettiva che appaiono poco convincenti. Vediamo più in dettaglio.
Del pregiudizio sulla sovrastrutturalità delle regole istituzionali. Così potremmo chiamare il senso del discorso iniziale di Formigoni. Contano le volontà politiche, le culture politiche, gli interessi politici: le regole sono secondarie e non determinano il destino delle policy. Le cose non stanno così. Non solo non stanno così nella storia politica delle democrazie avanzate ma non stanno così neppure nella cultura del cattolicesimo politico italiano. Dalle discussioni in sede di assemblea costituente alla stagione delle riforme di fine 900 è tutto un susseguirsi di strategie e di decisioni dirette a conformare attraverso le regole istituzionali gli esiti del gioco politico nazionale. E dunque a fare policy con la politics. Sarebbe ben strano concludere che De Gasperi, Elia, Scoppola, Ruffilli hanno perso il loro tempo dietro a questioni sovrastrutturali.
Dell’impossibilità di avere Macron senza De Gaulle. Sarebbe altrettanto strano immaginare, per venire al secondo elemento, un Macron senza le regole istituzionali della quinta repubblica riviste con le riforme del 2000. Senza gollismo costituzionale non avremmo Macron si potrebbe tranquillamente dire. La costruzione di un allineamento politico nuovo tra apertura europeista e chiusura sovranista è stata non solo resa possibile ma in qualche modo fabbricata dagli assetti costituzionali francesi. Tanto che lo stesso allineamento non si riesce a produrre in Italia, nonostante gli equilibri politici e gli orientamenti culturali presentino caratteristiche assai simili, esattamente perché noi non disponiamo di quegli attrezzi istituzionali. O meglio ne dispongono paradossalmente Comuni e Regioni ma non ne dispone il sistema politico nazionale.
Non si tratta quindi di inseguire la ricostituzione di un tramontato spirito ulivista che assai spesso, Formigoni dovrà concederlo anche se non nel suo caso, nasconde l’inseguimento dell’alleanza rocambolesca messa in piedi dall’Unione prodiana nel 2006. Proprio da quel 2006 si è scelto di puntare sul PD come partito dell’Ulivo, così letteralmente Salvatore Vassallo nella relazione di Orvieto: un genitivo oggettivo e non soggettivo. Un partito nuovo e non un PD federazione di partiti, di anime, di culture. Quella scelta ha consentito gli unici (pochi) successi dei governi PD di questa legislatura e da quella scelta deve ripartire il PD. Certo lo scenario è ora diverso: la sconfitta nel referendum e l’ondata populista hanno cambiato le carte in tavola. E tuttavia solo quel modello di PD può dare una prospettiva ai governi della prossima legislatura, governi che saranno strutturati proprio sulla frattura tra apertura europeista e chiusura sovranista e non più soltanto su quella assai indebolita tra destra e sinistra. Governi e maggioranze che non potranno non rimettere in moto processi di riforma costituzionale, guardando proprio al modello francese. Proprio nel senso in cui scriveva Leopoldo Elia nel 1970: “perché dobbiamo eleggere una serie di parlamentari che contano mediocremente e non possiamo invece scegliere un capo del governo nel quale si accentrano i maggiori poteri di indirizzo politico?”.
Non ultimo quel modello di PD può impedire che dalle prossime elezioni esca ancora una volta il solo Berlusconi come leader riformatore e antipopulista. Situazione del tutto inefficace, in considerazione dei rapporti di forza tra liberali e populisti all’interno del centrodestra, e per di più espressione plastica di una totale incapacità di cambiamento e di riforma delle élite politiche del centrodestra e del paese.
Dell’allineamento tra apertura e globalizzazione. Un altro passaggio critico del discorso di Formigoni. Verrebbe innanzi tutto da ricordare come un sindacalista rigoroso come Marco Bentivogli abbia più volte ricondotto all’istinto conservatore di culture e interessi politici la puntigliosa ricerca dei mali della globalizzazione e la meno dettagliata e convincente presentazione dei rimedi. Viva la globalizzazione, dice Bentivogli: ancora una volta ci troviamo di fronte alla frattura tra apertura e chiusura, una frattura che attraversa i vecchi mondi di destra e di sinistra: il voto parlamentare europeo e nazionale sul trattato CETA lo ha dimostrato plasticamente. Non sembra dunque esserci spazio per posizioni di compromesso: o si torna al sovranismo statalista o si riformano e si aggiornano le pratiche e le regole del globalismo istituzionale. Un globalismo fatto di istituzioni economiche, politiche, religiose, scientifiche. Senza primati e senza egemonie. Quella a cui ci richiama Papa Francesco, fuori da scorciatoie populiste o politiciste.
Ecco perché l’analisi di Formigoni non appare convincente. L’indice del libro è quello giusto: regole istituzionali, alleanze e riforme; globalizzazione e crescita. Ma i capitoli sono scritti guardando a una tradizione intellettuale che rischia di consegnarsi alla marginalità, forse vittima dei suoi idoli prima ancora che delle sue idee.

Prospettive e attese elettorali


Guido Formigoni
7 novembre 2017 
dal blog C3dem
Avendo ora anche una nuova legge elettorale, approvata tra le forzature e le polemiche, ci avviciniamo ulteriormente a una lunga campagna elettorale per le prossime elezioni di primavera. Difficile ancora dire come si configurerà precisamente il confronto nel paese, ma alcuni elementi appaiono più chiari.
Sulla nuova legge elettorale non conviene spendere troppe parole. Personalmente, ho sempre pensato che si attribuisse troppo peso alle tecnicalità di tali leggi, fino agli ambienti che immaginavano di poter cambiare la politica, forzandola in schemi che si sono sempre rivelati troppo rigidi. La politica – come hanno mostrato le elezioni del 2013 – è sempre eccedente ogni schema e in effetti una legge elettorale che era stata concepita per favorire il bipolarismo ha visto esplodere una terza forza come i grillini. Di fatto, comunque, l’attuale legge è concepita come un misto di prevalente quota proporzionale su liste di partito (per due terzi) e di maggioritario uninominale (un terzo dei parlamentari). Lo sbarramento è al 10% per le coalizioni e al 3% per i partiti (anche se i voti di partiti coalizzati che non raggiungono il 3% ma superano l’1% andranno recuperati dai partiti maggiori, il che favorirà anche un proliferare di liste e listine). Le ipotetiche coalizioni sono per certi versi rese più rigide dall’impossibilità di votare disgiuntamente sulle due quote. Oltre ai singoli candidati dell’uninominale, dovrebbero essere “visibili” anche i candidati dei listini di partito collegati (corti perché al massimo di 6 nomi, ma “bloccati”, confermando che i vertici dei partiti tutto pensano, meno di perdere il potere di selezionare i candidati). La legge ha evitato comunque i peggiori elementi di incostituzionalità trovati dalla Corte nelle ultime versioni della incredibile italiana vicenda (“porcellum” e “italicum”), e ora che Mattarella l’ha promulgata è probabilmente al riparo da sorprese.
Come si orienterà quindi lo scontro elettorale, sulla base di queste premesse? Il tripolarismo tendenziale degli ultimi anni non sarà certo smentito rapidamente. Gli attuali sondaggi danno il Pd e il M5S più o meno alla pari poco sopra il 25%, e l’asse (tutto da verificare) Lega-Fi non molto lontano (anzi superiore a queste cifre, se si aggiunge il partito di destra della Meloni). Tutti gli esperti sembrano convenire sul fatto che, sulla base delle prime proiezioni, sarà pressoché impossibile che si formi una maggioranza solida in parlamento sulla base di coalizioni o accordi pre-elettorali (quindi valutabili dai cittadini in modo esplicito). Del resto, abbiamo ormai imparato che le “boutade” su una legge che permetta di avere un governo sicuro alla sera delle elezioni sono irricevibili, a meno di passare esplicitamente a un modello di governo presidenziale, ipotesi che molti hanno vellicato negli ultimi decenni, ma pochi sono disposti a sostenere esplicitamente e direttamente (considerandone i sottoprodotti negativi). Quindi il problema sarà triplice: vedere se e come si formeranno gli accordi di coalizione, valutare i risultati (che i sondaggi difficilmente prevedono correttamente, in tempi di grande volatilità e nel dubbio sulla dimensione dell’astensionismo) e alla fine capire come le singole forze torneranno a giostrare in parlamento.
I più penalizzati sembrerebbero i 5 stelle, che in effetti sono stati i maggiori oppositori della legge, a causa della loro ribadita volontà di evitare accordi pre-elettorali. Grillo ha però la possibilità di competere anche senza coalizioni in molti collegi uninominali, soprattutto del centro-sud. Difficile immaginare però che da solo il movimento si avvicini alla soglia di poter avere un primato nel numero dei parlamentari. Al di là del fatto che le altre forze politiche e soprattutto quelle della maggioranza di governo sono ancora in tempo a suicidarsi con qualche mossa che dia fiato alla protesta grillina (cosa su cui non metterei la mano sul fuoco, data la pervicace sottovalutazione del problema del malessere del paese, da parte di chi sta nei palazzi e gioca ogni giorno con il politichese).
Chi potrebbe avvantaggiarsi di più è proprio la destra, nonostante le condizioni tutt’altro che floride delle sue diverse componenti. Infatti, Forza Italia è ai minimi storici, con un Berlusconi ai (o anche oltre i) propri limiti anagrafici, che solo le pecche degli avversari gli permettono di non considerare (oltre che per ora incandidabile e segnato dal fallimento storico del 2011). La Lega invece è in crescita, ma l’operazione Salvini di sfondare fuori dal Nord su temi da semplice destra sovranista-populista è tutt’altro che consolidata, anche perché ha la vicinanza/competizione dei Fratelli d’Italia della Meloni, che a spararle grosse non esita certamente. Il punto di vantaggio di queste reciproche debolezze è la disinvoltura con cui queste forze stanno mostrando di superare le loro divergenze vere o presunte (nazione-localismo; Europa-antieuropa; responsabilità-populismo): l’elettorato di destra è anche presumibilmente piuttosto disponibile a seguirli su un’ipotesi di coalizione, nonostante tutti i loro equilibrismi. Se questo incontro non così ovvio si realizzerà, vorrebbe soprattutto dire che il risultato in gran parte dei collegi del Nord sarebbe già orientato e che quindi la partita vera si giocherebbe sui rapporti di forza nella divisione previa di questi collegi (soprattutto tra Salvini e Berlusconi). Ciò particolarmente in vista del fatto che le coalizioni non sono poi affatto condannate a giocare il medesimo ruolo in parlamento dopo le elezioni, complice proprio la probabilissima mancanza di una vittoria chiara.
In questo senso, non si capisce molto la linea recente di Renzi, tutta tesa ad ammiccare a un populismo soft o anche meno soft (Banca d’Italia, vitalizi, migrazioni), nell’illusione di togliere spazio al M5S e senza mostrare di prendere sul serio il pericolo di destra. A meno che non ci sia già – come ha ipotizzato qualcuno e come però si stenta ancora a credere possibile – una sostanziale rassegnazione a dover fare un futuro governo con una parte della destra vincente.  Comunque, la situazione che a noi interessa di più, quella del centro-sinistra, non è semplicissima. La scelta di una legge elettorale di questo tipo, oltre ad alcuni altri segnali piuttosto ambigui degli ultimi tempi, sembrerebbe far pensare alla raggiunta consapevolezza che il Pd da solo non vada da nessuna parte, in un turno elettorale così complicato. Ma naturalmente non basta dirlo per costruire una coalizione sostenibile e presentabile: soprattutto dopo mesi e anni di segnali forzatamente contrastanti. Che hanno prodotto una scissione e un allontanamento progressivo delle posizioni tra i vari soggetti che stanno nell’area di centro-sinistra. Ricucire in pochi mesi non sarà facile. Ma d’altronde una coalizione serve proprio per tenere assieme su alcune scelte comuni una pluralità di soggetti che siano anche competitivi tra loro, per attrarre elettorato che altrimenti sarebbe ricacciato nell’astensionismo. Quindi occorre provare a mettere in piedi esattamente qualcosa di questo tipo. Non un Pd attorniato da qualche cespuglio: questo sarebbe un prodotto immangiabile.
Occorrerebbe invece un centro-sinistra largo e plurale, di matrice ulivista, l’unica che abbia permesso in questi anni di battere la destra. Non è detto che tutta la sinistra debba essere coinvolta (qualche soggetto del tutto alieno da una cultura di governo esiste, ma non è certo maggioritario a sinistra del Pd). Come non è detto che non si debba aggiungere anche una componente di centro, purché presentabile. Naturalmente compresa la necessità di rimettere in gioco i rispettivi ruoli e le rispettive cariche attese. Su questo si misurerà la qualità della leadership di tutti i soggetti in campo (e di quelli ancora… virtuali).
Ma il punto vero mi sembra ancora un altro. E cioè se al di là del politichese, degli equilibri e dei giochi di professionismo politico, si raggiungerà un coraggioso accordo che mostri di ridiscutere a fondo le politiche di questi anni, e non intendo solo del governo Renzi, ma di tutto il ciclo del centro-sinistra post-’94. Senza iniziare il trito discorso per cui “nessuno deve mettere veti”, ma anche senza demonizzazioni sospette di tutto passato (del tipo: “avete fatto solo cose di destra”). Occorrerà finalmente dire che si intende correggere in modo significativo il ciclo storico politico-economico della globalizzazione, che ha avuto anche i suoi meriti, ma nei nostri paesi si è tradotto in una de-valorizzazione sostanziale del lavoro a beneficio del capitale, soprattutto finanziario. Partendo dall’individuazione di due o tre messaggi forti che raggiungano la testa e anche il cuore del paese, nitidamente alternativi al discorso della destra fatto solo di egoismi individualistici, additando i capri espiatori del malessere diffuso. E anche a quello grillino che si qualifica solo sulla negazione della casta (come se il paese nel complesso fosse migliore…). Un minimo di progetto, basterebbe un minimo. Costruito attorno alle cruciali questioni dell’identità e dell’incontro con l’altro, dell’Europa e del ruolo europeo nel mondo, del lavoro da rivalorizzare e di quello da creare ex novo con soldi di tutti, della cultura e dei beni immateriali come perno di qualsiasi rinascita italiana. Su questo aspetto anche i cattolici democratici, sulla scia dell’esigente messaggio di papa Francesco, avrebbero molte cose importanti da dire, naturalmente assumendosi la responsabilità della loro trascrizione nella responsabilità politica. Chissà se l’impresa sarà possibile?

...a proposito di banche...


Ecco la lista dei grandi debitori insolventi di Mps
di Carlo Festa e Fabio Pavesi
gennaio 2017

Nella lista nera dei grandi debitori morosi, che hanno affossato Mps portandola a cumulare 47 miliardi di prestiti malati, ci sono nomi eccellenti dell’Italia che conta. Dai grandi imprenditori, agli immobiliaristi, al sistema delle coop rosse fino alla giungla delle partecipate pubbliche della Toscana. Il parterre è ecumenico sul piano politico. Centro-sinistra, Centro-destra pari sono. Del resto per una banca guidata per decenni da una Fondazione espressione della politica era quasi naturale l’arma del credito come strumento di consenso e di scambio.
Siena e quei 18 miliardi di valore bruciato
Tra i protagonisti di spicco più emblematici, come ha ricostruito Il Sole24Ore, figura sicuramente la famiglia De Benedetti e la sua Sorgenia. Emblematica per dimensioni e per quel ruolo innaturale che ha svolto Mps. La Sorgenia si è indebitata per 1,8 miliardi con il sistema bancario. La sola Mps, chissà come, si è caricata di ben un terzo di quel fardello. Seicento milioni erano appannaggio del solo istituto senese che ha fatto lo sforzo più ingente rispetto al pool di 15 istituti che avevano finanziato la società elettrica finita a gambe all’aria. I De Benedetti capita l’antifona della crisi irreversibile non si sono resi disponibili a ricapitalizzare come da richiesta delle banche. Alla fine il «pacco» Sorgenia è finito tutto in mano alle banche che hanno convertito l'esposizione creditizia in azioni. E Mps si ritrova ora azionista della Nuova Sorgenia con il 17% del capitale. Per rientrare dal credito prima o poi, occorrerà risanare la società e venderla. Oggi Sorgenia è tra gli incagli di Mps. Non solo, nel 2015 la banca ha svalutato i titoli Sorgenia per 36 milioni di euro.
IL PIANO INDUSTRIALE CHE DOVRÀ ESSERE RIVISTO
Proiezioni finanziarie previste dal piano industriale 2016-2019. Dati in milioni di euro (Fonte: Mps)
Ma Mps da anni si porta dietro (insieme ad altre banche) anche la fiducia accordata a Luigi Zunino. L’ex immobiliarista rampante cumulò debito con il sistema bancario per 3 miliardi. Tuttora la sua ex Risanamento è inadempiente con Mps che ha, sempre nel 2015, svalutato titoli in portafoglio per 11,6 milioni. Tra i grandi incagli di Siena ecco spuntare anche un altro nome di spicco.
È Gianni Punzo azionista di peso di Ntv e patron e ideatore dell’interporto di Nola, la grande infrastruttura logistica del meridione. Da tempo la Cisfi, la finanziaria che sta in cima al complesso reticolo societario è in affanno per l’ingente peso debitorio. Anche qui le banche Mps in testa hanno convertito parte dei prestiti in azioni. Mps è oggi il primo socio della Cisfi sopra il 7% (con Punzo al 6,1%).
Anche la Cisfi Spa che recepisce la crisi dell’interporto di Nola è un incaglio per Mps che ha titoli in pegno svalutati anch’essi per 11 milioni a fine del 2015. Ed ancora la ex banca di Mussari deve tuttora metabolizzare il disastro della BTp, il general contractor della ditta Bartolomei-Fusi, che aveva in Verdini un grande sponsor, protagonista più delle cronache giudiziarie recenti che di quelle economiche.
Dal dissesto del contractor delle grandi opere toscano è rinata la Fenice Holding. Anche qui Mps se la ritrova in portafoglio in virtù dei prestiti non ripagati. Tra gli immobiliaristi come non citare Statuto che ha visto pignorato il suo Danieli di Venezia su cui Mps (con altri) aveva ingenti finanziamenti.
Banche, trasparenza e il dovere della verità
E c’è il capitolo amaro della Impreme della famiglia di costruttori romani Mezzaroma che hanno portato i loro guai in casa Mps. E poi residua a bilancio dal 2007 il disastroso progetto immobiliare abortito di Casalboccone a Roma eredità dei Ligresti che vede Mps azionista (in cambio dei crediti non pagati) con il 22% del capitale. Il capitolo Coop vede Mps protagonista della ristrutturazione del debito di Unieco.
Tra i dossier immobiliari c’è il finanziamento di alcuni fondi andati in default: come un veicolo gestito da Cordea Savills, finanziato con eccessiva leva da Mps, che aveva in portafoglio gli ex-immobili del fondo dei pensionati Comit. Ma Mps ha finanziato anche alcuni dei fondi di Est Capital, società finita in liquidazione che gestiva il progetto del Lido di Venezia.
E infine c’è il capitolo della partecipate pubbliche. Mps è inguaiata con pegni o titoli in Scarlino Energia; Fidi Toscana; Bonifiche di Arezzo; l’Aeroporto di Siena e persino le Terme di Chianciano. La banca si ritrova a fare l’imprenditore di società in crisi quando avrebbe dovuto solo fare la banca.

venerdì 27 ottobre 2017

Ricordo di Pietro Scoppola a 10 anni dalla morte


La repubblica 26 ottobre 2017
Dieci anni fa moriva Pietro Scoppola (1926-2007), un protagonista del dibattito culturale per oltre mezzo secolo. Uno storico poliedrico, attento alle dinamiche e alle inquietudini della società contemporanea, attratto da sfide su terreni inesplorati spesso al crocevia tra lo studio e la passione civile. Un intellettuale di riferimento dell'Italia
della seconda metà del novecento, esponente di punta del cattolicesimo democratico anche se il suo itinerario mal si combina con le tradizionali forme di appartenenze o identità: figura originale e per molti versi difficile da collocare nelle appartenenze politiche e culturali che hanno caratterizzato il lungo dopoguerra della Repubblica. La distanza dal suo mondo è molto più ampia del tempo che ci separa dalla sua scomparsa. Basta uno sguardo, anche fugace, alla politica, all'università, alla cultura dominante, al linguaggio degenerato e volgare che ci circonda: il suo mondo sembra svanito, inghiottito in pochi anni nelle dinamiche di un nuovo racconto dai confini e dagli approdi ancora indecifrabili.
Eppure a ben guardare, al di là delle apparenze che spesso ingannano, molti nodi della sua riflessione sono ancora presenti, molti spunti ancora sul tappeto e il rischio principale rimane quello di perdere di vista la dimensione storica delle trasformazioni più recenti. Un ammonimento che rimane stringente nella sua attualità. Anche nel pieno della crisi italiana, lo storico (preferiva l'espressione «studioso di storia») intravedeva (o forse auspicava) la possibilità e la necessità di non scivolare nelle semplicistiche letture del catastrofismo facile o del rimpianto diffuso per i bei tempi andati. Guardare alla lunga durata dei processi, cercare nel metodo storico nuove possibilità per comprendere i tortuosi sentieri delle società contemporanee segnate «dalla crisi profonda delle forme storiche della democrazia ». Una tensione continua che ha attraversato fasi diverse della sua vita segnando temi e questioni delle sue ricerche più vitali: dal movimento cattolico nelle sue tante forme alla presenza religiosa nell'Italia post unitaria, dalla Chiesa nel ventennio alla Carta costituzionale, dai discorsi di Cavour su Roma capitale alla proposta politica di De Gasperi, dalle dinamiche contraddittorie della democrazia alle caratteristiche del sistema politico post bellico fino alla terribile cesura politica ed esistenziale della vicenda Moro.
Dopo l'esperienza di senatore della Repubblica, aveva proposto una sintesi dell'esperienza repubblicana in un volume fortunato il cui titolo, La Repubblica dei partiti, è diventato un'espressione diffusa per riassumere il cammino di decenni segnati dalle eredità della seconda guerra mondiale e dal successivo protagonismo dei partiti di massa. Rifiutava la dizione ambigua di Seconda Repubblica preferiva il senso di un processo unitario da indagare e ricostruire nella sua lunga complessità. Contrario a concezioni finalistiche della storia, attratto dalla unicità e dal valore della persona umana. Nell'ultima fase della sua vita aveva lanciato grida di allarme sullo stato del Paese, sugli effetti della cesura apertasi con la fine degli anni Ottanta, tra il crollo del muro di Berlino e la crisi del 1992: cercare una strada per uscire dal catastrofismo senza speranze o dalle facili rassicurazioni proposte dai vincitori. Una voce inascoltata, un lascito che non si è esaurito.

Pietro Scoppola il professore della politica


La Repubblica 26 ottobre 2017
Il suo progetto era l'Ulivo e non nascose la delusione per come nasceva il Pd
Fu tra i primi sostenitori di Romano Prodi e tra gli estensori del manifesto che diede vita al nuovo partito. "Non credo alla formuletta dei riformismi"
«Sì, la politica mi ha appassionato, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile e come sofferenza per l'impossibile, come aspirazione a un'uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto più per quello che è», confessava Pietro Scoppola nel libro uscito postumo cui aveva dedicato le ultime energie, Un cattolico a modo suo. La politica nella sua doppia dimensione Scoppola l'aveva incontrata da storico di figure che avevano mantenuto l'equilibrio tra tensione e realismo: Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Giovanni Battista Montini. E da studioso impegnato in politica, cattolico più liberale che democratico, laico («laico», scriveva, «è colui per il quale le cose ci sono nella loro identità»), allergico ad apparati e mobilitazioni, specie quelle agitate in nome della fede, credente ma in-appartenente, dentro e fuori, istituzionale e movimentista.
Esterno, come si erano definiti in un'assemblea gli intellettuali che volevano cambiare la Dc, il partito- Stato dei cattolici, ma senza arruolarsi in una corrente, gli uomini della Lega democratica. Ermanno Gorrieri, Achille Ardigò, Beniamino Andreatta, Paolo Prodi, Romano Prodi, Paola Gaiotti De Biase, Luigi Pedrazzi, Nicolò Lipari, Paolo Giuntella, e poi Leopoldo Elia e un giovane professore palermitano, Sergio Mattarella: una riserva di intelligenze negli anni del terrorismo politico e mafioso che si accaniva sui loro maestri, amici, fratelli (Moro, Piersanti Mattarella, Vittorio Bachelet, Roberto Ruffilli). La vera radice dell'Ulivo e dunque del Partito democratico.
Di questo gruppo Scoppola era stato l'indubbio leader, carismatico e tormentato, da quando nel 1974 aveva guidato il gruppo dei cattolici del No nel referendum sul divorzio, contrari ad abrogare la legge. Monsignor Giovanni Benelli andò a cena a casa sua per comunicargli l'irritazione di Paolo VI, lasciandolo «preoccupato e spaventato e addolorato», come testimoniò l'amico ambasciatore Gian Franco Pompei. Si era candidato nel 1983 al Senato come indipendente nella Dc e quando il rinnovamento era fallito era tornato all'insegnamento universitario. I capelli bianchi, le sopracciglia folte, lo sguardo ironico, il professore si fermava a parlare di politica per ore con gli studenti nel corridoio dopo la lezione di storia contemporanea. «Oggi la storia si rimette in movimento, dobbiamo abbandonare tutti gli schemi che ci hanno accompagnato finora», ci accolse in aula la mattina di un lunedì qualsiasi che invece era la data spartiacque. Lunedì 9 novembre 1989, nella notte la Germania Est aveva aperto le frontiere, il muro di Berlino era venuto giù. La voce dello studioso vibrava di emozione. La democrazia occidentale aveva vinto. Ma lui aveva già capito che da quel momento sarebbe cominciata la sua crisi.
Scoppola all'inizio degli anni Novanta è tra i promotori dei referendum elettorali di Mario Segni e dell'amico Arturo Parisi. Sogna la democrazia dell'alternanza e una nuova casa politica per i democratici. Non è un cambiamento soltanto di legge elettorale: «Molte proposte di cui si discute rischiano di essere travestimenti del vecchio ordine, più`cheuna premessa di una nuova realtà. Il problema non è quello di far nascere una "seconda repubblica", bensì quello molto più complesso del passaggio da una "repubblica dei partiti" a una "repubblica dei cittadini": tanto più`arduo e difficile perché coinvolge questioni di mentalità e di cultura e non solo istituzionali».
Il suo progetto si chiama Ulivo, l'Ulivo di Romano Prodi, e poi il Partito democratico. Si impegna nella presidenza dei Cittadini per l'Ulivo, in giro per l'Italia già anziano in assemblee, convegni, dibattiti. Del Pd è uno dei padri fondatori, è nel gruppo ristretto che elabora il manifesto del nuovo partito, sua una delle relazioni introduttive nell'incontro di Orvieto del 7 ottobre 2006 che dà il via al processo costituente. «Crisi di identità e questione democratica, determinismo e libertà, paura e speranza di futuro, solitudine e amicizia, sono le dicotomie su cui il partito nuovo dovrebbe costruire la sua identità», consiglia, denunciando il ritardo del progetto rispetto al vento crescente dell'an- tipolitica (il Vaffa day grillino è di un mese prima). «È in crisi anche la democrazia americana. Ha radici profonde, ma il suo disagio è evidente e sintomatico», avverte Scoppola dodici anni prima di Trump.
Qualche mese dopo non nasconderà la delusione: «Non credo alla formuletta dei riformismi che si incontrano perché di riformismo in questo paese ce ne è stato poco per decenni. Il riformismo italiano più che una espressione di grandi e forti tradizioni politiche è stato un fatto di élites illuminate. Il Pd ha radici profonde nella storia del Paese o è una invenzione estemporanea, senza radici e perciò senza futuro?», si chiede il 17 marzo 2007. «La transizione italiana è povera di veri leader politici, di grandi disegni, di cultura », ripete nell'ultima intervista rilasciata a Repubblica, l'8 ottobre. Morirà due settimane dopo, nei giorni in cui il Pd prende vita.
Dieci anni dopo il Pd è rimasto il "partito ipotetico" di cui aveva scritto Edmondo Berselli. E la crisi della democrazia è avanzata, non solo in Italia. Oggi in politica l'intellettuale o è tutto dentro, consigliere e consulente del principe di turno, o è tutto fuori, a coltivare il narcisismo della sua purezza. Per questo è preziosa l'ultima lezione del professore, che si è sempre sentito esterno ma non estraneo: curioso degli altri, generoso con le persone, appassionato di tutto. Lo spazio della coscienza come antidoto al conformismo, all'onnipotenza della politica degli anni passati, o alla sua nullità di questi anni. Il filo tenace della responsabilità individuale, senza il quale la democrazia dei cittadini non arriverà mai.