mercoledì 11 gennaio 2017

ciao...

8 anni. Niente scandali. No amanti. No udienze per impeachment. Solo classe e grazia, personificate.

lunedì 9 gennaio 2017

"C’è una luce in fondo al tunnel


Zygmun Bauman
Sono venuto qui per fare qualche commento ma anche per condividere con voi una storia, sperando che ci sia una luce in fondo al tunnel. Quello che sto per dirvi è che una luce in fondo al tunnel è ancora lontana, raggiungere il tunnel è ancora lungo e pericoloso.
La storia dell’umanità ha centinaia di migliaia di anni e può essere riassunta in molti modi, uno dei quali è l’espansione del pronome personale “noi”. Un certo numero di persone ha usato il termine noi. Un numero di persone che è cresciuto in modo graduale e costante. Gli antropologi sostengono che inizialmente si trattava di un gruppo di 150 unità. Tutto il resto poteva essere riassunto con la parola “altri”. Il resto erano persone che non erano noi. Un numero che doveva essere necessariamente limitato. Col tempo questa cifra è aumentata, venne l’epoca delle tribù, delle prime comunità che erano comunque sempre un noi. Persone che non si conoscevano personalmente. Poi c’è stata l’epoca delle nazioni-stati e degli imperi ed oggi posso affermare che ci troviamo in un punto tale di questa catena di eventi che non ha precedenti.
Tutte le tappe e le fasi che ci sono state nella storia dell’umanità, avevano un denominatore comune: erano caratterizzate dall’inclusione da un lato e dall’esclusione dall’altro, in cui c’era una identificazione reciproca, attraverso l’inclusione e l’esclusione. Il “noi” si poteva misurare con l’ostilità reciproca. Il significato del “noi” era che noi non siamo loro. E il significato di loro era che loro non sono noi. Gli uni avevano bisogno degli altri per esistere come entità collegata l’una con l’altra e potersi identificare in un luogo o un gruppo di appartenenza. E’ stato così per tutta la storia dell’umanità. Questo ha portato a grandi spargimenti di sangue. Una forma di autoidentificazione che nasce dall’identificazione di qualcosa di altro rispetto al prossimo. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità ineludibile della prossima tappa in questa storia, nella quale stiamo espandendo la nozione di umanità. Parlando di identità di se stessi, abbiamo un concetto di quello che includiamo in questa idea di umanità messa insieme. Direi che ci troviamo di fronte a un salto successivo che richiede l’abolizione del pronome loro. Fino a questo momento i nostri antenati avevano qualcosa in comune: un nemico. Ora, di fronte alla prospettiva di una umanità globale, dove lo troviamo questo nemico?
Ci troviamo nella realtà cosmopolita, quindi ogni cosa fatta anche nell’angolo più remoto del globo, ha impatto sul resto del nostro pianeta, sulle prospettive future. Siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri e non si può tornare indietro.
Per questo cerchiamo di gestire questa situazione cosmopolita con i mezzi sviluppati dai nostri antenati per poter affrontare i territori limitati, ed è una trappola, un problema una sfida che ci troviamo ad affrontare. Dobbiamo capire come integrarci senza aumentare l’ostilità. Come integraci senza separare i popoli che non appartengono allo stesso luogo. Come possiamo riuscirci? E’ la domanda fondamentale della nostra epoca. Fortunatamente ci è stato fatto un grande dono dal cristianesimo, dalla Chiesa cattolica ed è papa Francesco che ci indica il percorso. Desidero fare solo tre citazioni, sviluppando tre punti.
1. Dialogo, una parola che non dovremo mai stancarci di ripetere. C’è bisogno di promuovere una cultura del dialogo, in ogni modo possibile e ricostruire così il tessuto della società. Dobbiamo considerare gli altri, gli stranieri quelli che appartengono a culture diverse, persone degne di essere ascoltate. La pace potrà essere raggiunta solo se daremo ai nostri figli le armi del dialogo, se insegneremo a lottare per l’incontro, per il negoziato, così daremo loro una cultura per creare una strategia per la vita, una strategia volta all’inclusione e non all’esclusione.
2. Dobbiamo capire che l’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è pura carità, ma un obbligo morale. Se vogliamo ripensare le nostre società, dobbiamo creare posti di lavoro dignitosi e ben pagati soprattutto per i nostri giovani, dobbiamo passare dall’economia liquida, che usa la corruzione come un modo per trarre profitto, verso una soluzione che possa garantire l’accesso alla terra attraverso il lavoro. Il lavoro è il modo attraverso cui possiamo rimodellare la nostra convivenza condividendo i frutti della terra, i frutti del lavoro umano.
3. Papa Francesco sostiene che la cultura del dialogo deve essere parte integrante dell’educazione e dell’istruzione che forniamo nelle nostre scuole, in modo interdisciplinare, per dare ai nostri giovani gli strumenti necessari per risolvere i conflitti in modo diverso da come siamo abituati a fare. Tutto questo non è facile ed è un processo di lunghissimo termine. È un modo diverso da quello seguito dalla politica. Acquisire la cultura del dialogo non comporta una ricetta facile, una scorciatoia. Tutto il contrario. Un proverbio cinese dice: “Dobbiamo pensare all’anno prossimo piantando semi, ai prossimi dieci anni piantando alberi, ai prossimi cento anni educando le persone”. L’educazione è un processo a lunghissimo termine. La creazione di un mondo pacifico non è come prepararsi una tazzina di caffè, è ben più complicato.
Abbiamo bisogno più di ogni altra cosa, se vogliamo seguire i consigli di Papa Francesco, di sviluppare qualità difficili in questo mondo: la pazienza, la coerenza, la pianificazione a lungo termine. Parlo di una vera e propria rivoluzione culturale, che deve esser l’esatto opposto rispetto al mondo in cui le persone invecchiano e muoiono prima ancora di essere nate. Pazienza, quindi: dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine, sulla luce in fondo al tunnel, a prescindere da quanto possa essere lontana al momento in cui la osserviamo."


Cardini: l’Islam non è una minaccia


Il vero nemico da battere, le strategie del Signori della Paura, il ruolo dei cristiani: Cristina Uguccioni intervista con lo storico fiorentino
Vatican Insider 3 gennaio 2017
Questa Europa «stanca e invecchiata» (come l’ha definita papa Francesco), minata da una pervasiva dissoluzione del legame sociale, insidiata da un dilagante individualismo autoreferenziale e governata dalla religione globale del denaro (fenomeno decisivo per comprenderne le dinamiche), da alcuni decenni si trova alle prese con l’Islam. È un termine, questo, rispetto al quale nessun europeo si sente ormai estraneo e intorno al quale si accendono discussioni pubbliche che spesso assumono toni scomposti, persino violenti. E tratti molto superficiali. In questo passaggio d’epoca urgono riflessioni pensate e pacate, conoscenze storiche e religiose corrette, analisi accurate, capacità di visione, cuore saldo nella compassione (indispensabile affinché ogni comunità umana resti “comunità” e “umana”): un lavoro non frettoloso, che si mostri in grado di far fronte con intelligenza e sensibilità ai molti mutamenti in atto e agli interrogativi che si levano nella società europea.  
Sull’Islam abbiamo rivolto alcune domande allo storico Franco Cardini, autore del volume di recente pubblicazione “L’islam è una minaccia? [Falso!]” (Laterza). Già docente di Storia medioevale all’Università di Firenze e in altri atenei europei ed extraeuropei, Cardini attualmente è membro del Consiglio direttivo dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo e professore emerito dell’Istituto di Scienze Umane e Sociali annesso alla Scuola Normale Superiore.  
Può illustrare brevemente la tesi centrale del suo volume?  
«L’Islam è una religione che conta oltre un miliardo e mezzo di fedeli ed è quindi la seconda religione più diffusa al mondo, dato che i cristiani ammontano a poco più di due miliardi. I musulmani nella stragrande maggioranza sono insediati tra l’Africa occidentale e il Sud-est asiatico (nel senso della longitudine) e tra Caucaso, Asia centrale e Corno d’Africa (in quello della latitudine). Essi fanno parte, nella quasi totalità, di quell’85-90% del genere umano che, secondo i dati più recenti diffusi dall’ONU, vive gestendo appena il 10-15% delle ricchezze mondiali. E qui sta il punto. A mio giudizio nella nostra epoca il vero nemico da battere non è l’Islam (che oggi è realtà polimorfa e in cammino per superare alcune contraddizioni) e neppure la sua tragica e brutale deformazione, il fondamentalismo islamico (che, ovviamente, va contrastato).  
Il vero nemico, il verme che sta corrompendo la terra è l’ingiusta ripartizione delle ricchezze del pianeta, l’assurdo, osceno squilibrio di una umanità divisa tra pochi ricchi e una sterminata moltitudine di poveri. Papa Francesco non perde occasione di ricordarcelo: l’Enciclica Laudato si’, sotto questo profilo, è esemplare. La nostra economia uccide e occorre perseguire la giustizia, che non consiste solo in una equa distribuzione delle risorse ma passa attraverso un mutamento radicale di valori e stili di vita. E, aggiungo, attraverso, ad esempio, il rispetto del diritto internazionale». 
A cosa si riferisce in particolare?  
«Mi riferisco a quel comma importantissimo e sempre disatteso secondo il quale le ricchezze del suolo e del sottosuolo di una determinata area appartengono a coloro che lì sono insediati. Da quando, mezzo millennio orsono, è iniziato il colonialismo e quindi la globalizzazione (perché essa è iniziata allora) questo principio è stato costantemente violato. Ora siamo arrivati alla fase del redde rationem e l’imponente afflusso di migranti nel ricco Occidente ne è una delle espressioni più vistose. Il nemico da battere, lo ripeto, è questo ingiusto sistema economico: esso ha innegabilmente reso prospero l’Occidente, ma ha generato uno squilibrio che è ormai improscrastinabile curare, anche nel nostro stesso interesse. Invece, in Occidente, ci siamo concentrati di volta in volta su altri nemici che ci hanno distratto da quello più feroce: dapprima, tutto il male del mondo era causato dal nazismo e dal fascismo, poi, caduti quei regimi, tutte le colpe furono dell’Unione Sovietica e del comunismo; finito l’impero sovietico e il tramontato il comunismo, ora si è passati al fondamentalismo islamico (fingendo di non sapere che è stato tenuto a battesimo dalle potenze occidentali) e, più in generale, all’Islam.  
Che l’Islam sia una minaccia sta ormai diventando un dogma laico, diffuso dai Signori della Paura, i quali – per fini economici, ma anche in vista di vantaggi politici ed elettorali – sfruttano le insicurezze e i timori delle persone istigando all’odio. I loro metodi vanno smascherati». 
Nel volume lei afferma che al fine di far apparire effettivo, vero, reale, irrefutabile alla luce della ragione questo dogma laico «si tende a rivestirlo di prove o di qualcosa che loro somiglia». Può illustrare come avviene questo processo?  
«Le tecniche di questi Signori paiono ispirate al romanzo “Il montaggio” di Vladimir Volkoff: si spigola fra i fatti di cronaca mettendo in fila eventi orribili, snocciolando uno dopo l’altro nomi, fatti, date così da dare l’impressione che i musulmani siano ovunque e sempre una minaccia. Ogni fatto di cronaca nera, anche minimo, il cui protagonista è un musulmano, viene ingigantito e proposto a modello. Si passa quindi senza scrupolo alcuno dalla presentazione analitica e casistica, fondata magari su un numero circoscritto di episodi, a un’indebita generalizzazione sulla base di una arbitraria selezione degli eventi proposti come esemplari: si descrive un albero ma lo si presenta come fosse uno qualunque di una foresta di centomila alberi tutti uguali. E così non si riconoscono, consapevolmente e colpevolmente, le migliaia di casi di onesti musulmani che vivono pacificamente nelle nostre città e che stanno cercando (concediamo del tempo) o hanno già trovato il modo di essere bravi musulmani non solo in Europa, ma d’Europa. Queste migliaia di persone inappuntabili non fanno notizia, si parla pochissimo di loro. Eppure esistono! Così come esistono, ma sono quasi del tutto trascurati, i molti pronunciamenti, incontri, documenti in cui i musulmani condannano apertamente l’uso della violenza in nome di Dio e prendono le distanze dal terrorismo. I mass media hanno una responsabilità enorme. La disinformazione genera squilibri gravi che danneggiano la democrazia».  
Europa e Islam sono nemici da sempre: questa è una delle affermazioni che circolano con maggior insistenza; ma, lei afferma, non è fondata.  
«Persino non pochi libri di storia in uso nelle nostre scuole sostengono questa tesi. È falsa. Quello compreso tra il 1200 e il 1500, pur segnato da numerose guerre, è stato uno dei periodi più gloriosi della civiltà europea. È stato il tempo delle grandi cattedrali, della nascita delle università, di importantissime acquisizioni scientifiche, di uno straordinario sviluppo dell’arte. Tutto ciò avvenne grazie a una grande floridezza economica che, nata sotto l’impulso operoso dei comuni, delle repubbliche marinare, delle città mercantili europee, fu determinata in gran parte dai costanti, intensi traffici con il vicino Oriente musulmano».  
In questo contesto, che rilevanza ebbero le crociate?  
«L’immensa ricchezza duecentesca dell’area mediterranea fu dovuta al commercio tra i paesi cristiani e musulmani e questo fenomeno macroscopico, quasi del tutto ignorato da molti media e da non pochi insegnanti, è ben più rilevante delle crociate che si possono considerare punture di spillo. L’Islam, nel suo complesso, non si è veramente reso conto di quanto era accaduto sino all’Ottocento, tanto che non esisteva neppure un termine arabo per definire le crociate. Nell’Ottocento i musulmani utilizzarono un neologismo (“hurub as-salibyya”, “guerre della croce”) quando dovettero tradurre i testi scolastici che le potenze coloniali imponevano di adottare. Le crociate – considerate come difesa contro un Islam aggressivo e sanguinario – vennero usate dagli occidentali quasi come antefatto giustificativo del loro dominio, ossia per dare giustificazione morale al colonialismo. Giova però ricordare che la prima grande espansione musulmana, iniziata nel VII secolo – contrariamente a quanto molti credono – si verificò con pochissima violenza (come ho diffusamente spiegato nel mio libro): i popoli si lasciarono conquistare, l’Islam ebbe vita facile nella sua espansione a causa della debolezza dell’impero persiano e di quello bizantino il quale, pur glorioso, a quell’epoca era in forte crisi. Bisogna inoltre rammentare che talora i cristiani imposero il proprio credo con la spada: si pensi a Carlo Magno o all’Ordine Teutonico dell’Europa nordorientale del medioevo. In conclusione, chi sostiene che Europa e Islam siano da sempre nemici e che ciò sia sempre avvenuto per colpa totale o prevalente dell’Islam mostra di conoscere assai poco la storia».  
Che ha molto da insegnare.  
«Certo, se si accetta di ascoltarla. Ai cristiani, ai musulmani, agli uomini di buona volontà la storia fornisce il modello di tempi nei quali la convivenza era non solo possibile ma anche franca e cordiale: si pensi ad esempio all’impero mongolo o al sultanato di al-Akbar nell’India moghul tra XVI e XVII secolo. Ma i modelli storici restano lettera morta se non si afferma la volontà di seguirne i suggerimenti, di far vivere il seme che essi hanno piantato. Questa è, a mio avviso, la sostanza della sfida odierna». 
In questo passaggio d’epoca, quale dovrebbe essere a suo giudizio il compito dei cristiani?  
«Le imponenti migrazioni degli ultimi anni stanno creando in moltissimi italiani ed europei un forte senso di disagio e insicurezza: sottovalutarlo e non farsene carico sarebbe un errore. Ma sarebbe ancor più sbagliato alimentarlo. Papa Francesco ci sta dando l’esempio, sia distinguendo la fede islamica dal terrorismo fondamentalista, sia incoraggiando tutti a costruire vita buona con le disperate genti che giungono in Europa, anche con quelle musulmane. Penso che un cristiano dovrebbe sentire in modo speciale il dovere di aiutare chi è più vulnerabile e abbia anche il dovere di andare controcorrente affermando con un po’ di coraggio civile, se occorre, alcune verità scomode rispetto al mainstream attuale.  
Non possiamo nascondere che vi sono obiettive difficoltà teoriche e concettuali nel dialogo tra cristiani e musulmani che non si possono aggirare né in nome dell’ottimismo del cuore, né in quello della retorica irenistico-ecumenica. Tuttavia il dialogo prosegue in modo proficuo e, nella pratica, nella vita di tutti i giorni, la convivenza pacifica si rivela possibile e infatti esiste. La Chiesa, con parole e opere concrete, sta indicando a tutti la strada con grande chiarezza. L’edificazione di legami buoni nella quotidianità passa attraverso un lavoro artigianale: e il primo mattone è la comprensione reciproca, che è arte difficile. L’immigrato musulmano fa paura, ma se quel volto anonimo comincia ad avere un nome, se scopriamo che anche lui, come noi, ha figli da mandare a scuola, genitori da accudire, problemi di salute, sogni e preoccupazioni, allora le cose possono iniziare a cambiare. Certo, bisogna impegnarsi. Penso che nella quotidianità i cristiani debbano continuare a promuovere e favorire buone pratiche di incontro e integrazione, costruendo dalla base ciò che le istituzioni, in larga misura, paiono esitanti a progettare. È quanto anch’io cerco di fare».  
Vuole illustrare il suo impegno?  
«Nel piccolo paese dove vivo, Bagno a Ripoli, alle porte di Firenze, sono giunte alcune famiglie senegalesi, una trentina di persone inclusi bambini e anziani. Il loro arrivo ha scatenato molte proteste: da parte mia, insieme ad alcuni amici, ho voluto conoscere le ragioni di tutti e sto cercando di organizzare incontri tra i residenti e i migranti affinché si conoscano, coinvolgendo in quest’opera il parroco, il sindaco e altri rappresentanti delle istituzioni. Mi sono rivolto per questo al presidente della Regione, che conosco: per rispetto dell’autorità costituita, aspetto un suo cenno prima di procedere in modo che quanto riusciremo a fare appaia come un atto che ha la legittimazione istituzionale e non solo come un gesto frutto della buona volontà di qualche privato cittadino. 
In Italia sono moltissime le persone che stanno lavorando per costruire buona convivenza, ma quest’opera sarebbe più efficace se fosse maggiormente e più organicamente sostenuta dalle istituzioni locali e nazionali. I sindaci, ad esempio, dovrebbero promuovere periodici momenti di incontro tra italiani e migranti appena giunti, avvalendosi di mediatori culturali che facciano da interprete. E invece, in molti casi, si limitano a protestare per “l’invasione”».  

Muore Leonardo Benevolo, la notizia fa il giro del mondo ma alla Rai non sanno chi sia



David Sassoli
7 gennaio 2017
Ieri a 93 anni è morto il professor Leonardo Benevolo. È stato un importante architetto e un urbanista famoso nel mondo. Ha scritto libri di storia su cui si sono formate generazioni di studenti. Ha approfondito questioni sulle nostre città e sulle periferie che oggi sono drammaticamente di attualità. Ha redatto piani regolatori nelle più importanti città italiane. È stato un intellettuale che ha partecipato a lungo alla vita culturale e politica del nostro paese, affine a quei cattolici “a modo loro” – Pietro Scoppola, Achille Ardigò, Paolo Prodi, Luigi Bazoli, Paola Gaiotti, Paolo Giuntella e tanti altri – che dal divorzio in poi hanno animato dibattito e iniziativa alla ricerca di soluzioni non conformiste.
Ieri Leonardo Benevolo se n’è andato e la Rai neppure se n’è accorta. Nei principali tg della sera neanche una breve con foto per dire “si è spento”. Niente di niente. Soltanto oblio da parte di un’azienda di servizio pubblico che dovrebbe essere la prima azienda culturale italiana. Un’azienda culturale che non rende omaggio agli uomini della nostra cultura. Purtroppo non è un controsenso, ma il filo rosso di un declino prima di tutto di quella sensibilità che dovrebbe animare lo spazio pubblico. Di fronte a fatti del genere la Rai dovrebbe riflettere su come sviluppare anticorpi in grado di rispondere alla propria funzione. La morte del professor Benevolo è il paradigma di questa sfida. Non c’ė studente di architettura che non abbia studiato sui suoi libri, storico che non abbia dovuto fare i conti con le conclusioni delle sue ricerche, intellettuale che non si sia confrontato con analisi e opinioni consegnate per lunghi anni alle prime pagine dei più importanti quotidiani italiani.
Non spetta a noi analizzare il valore del suo percorso professionale e l’importanza che il professor Benevolo occupa nella storia della cultura italiana. A noi non resta che soffrire guardando un servizio pubblico che non si mostra in grado di far partecipare la propria comunità nazionale al lutto per la perdita di una eccellenza italiana riconosciuta a livello internazionale e non concede cittadinanza ad un maestro a cui il presidente Ciampi nel 2003 consegnò la medaglia d’oro per meriti culturali.
Per Benevolo ieri non c’era spazio nei tg della Rai. Ma fuori dalla Rai c’è una vita del paese che la Rai non può oscurare se vuole meritarsi la fiducia dei contribuenti.

venerdì 6 gennaio 2017

Delrio: «Il piano povertà? Ok entro un mese»


Marco Iasevoli
Avvenire venerdì 6 gennaio 2017
Il ministro delle Infrastrutture: «I soldi alle banche? Abbiamo evitato nuovi poveri. Ma il Pd non si pieghi alla finanza»
A volte bastano quattro giorni di ferie per ricaricare le pile, assorbire le sconfitte politiche, azzardare un rilancio. Graziano Delrio, forse il primo amministratore del Pd a 'vedere' la leadership di Renzi quando l’attuale segretario dem era considerato dal partito una sorta di alieno, sistema in una cartellina le carte del prossimo dossier da affrontare al ministero dei Trasporti, il caso Alitalia. Uno degli infiniti tasselli da rimettere a posto. Anche se, inutile negarlo, nella testa c’è lo scenario di un voto che potrebbe arrivare entro l’estate. Una scadenza vicina che impone di pensare a un progetto nuovo. «Ho detto a Matteo una cosa, una cosa soltanto, la notte del 4 dicembre: non possiamo morire schiacciati tra populismo e capitalismo rapace. I mesi che abbiamo davanti dobbiamo utilizzarli per fare una proposta vera che combatta le cause autentiche della disuguaglianza. La politica non serve ai ricchi, quelli fanno da sé. Serve ai più deboli. Alle famiglie. A chi rischia di perdere reddito. La politica deve creare lavoro per chi non ne ha. Non possiamo presentarci ai cittadini e agli elettori senza un’identità chiara e netta sui temi sociali. Senza, per essere chiari, una posizione forte contro la finanza malata che condiziona l’economia reale e la vita delle persone. I nuovi poveri, non lo dimentichiamo, sono ancora i figli della crisi finanziaria del 2008. Non meravigliamoci se le classi sociali più deboli hanno votato Trump negli Usa e la Brexit in Inghilterra. Le classi dirigenti del secolo scorso affrontarono le rendite di posizione con l’economia sociale di mercato, con il welfare. Questo Paese ha bisogno di un partito che prende le parti del popolo non con la demagogia ma con scelte coraggiose».
Ministro, vuol dire che il precedente governo è stato timido sul sociale?
No. E non è una difesa d’ufficio. Questo Paese non aveva uno strumento contro la povertà, e ora è sul punto di averlo. Era stato svuotato il Fondo per la non autosufficienza, ora di nuovo finanziato. Il Servizio civile era distrutto e ora è ripartito. Ci siamo mossi sul sociale sin dal primo giorno, ma forse abbiamo sottovalutato la portata dei fenomeni che si muovevano intorno a noi su scala europea e globale.
Ora ci sarebbe la possibilità di recuperare subito tempo facendo partire il Reddito d’inclusione, e invece anche tra i ministri e nella maggioranza si discute sull’opportunità o meno di un decreto. Il Paese non capisce...
E infatti il dibattito sullo strumento legislativo è davvero relativo. In un mese il Senato può chiudere l’iter della legge delega. Nel frattempo i decreti attuativi si possono già scrivere, non c’è bisogno di aspettare. Ci sono da chiarire alcuni aspetti tecnici su beneficiari e meccanismi di erogazione, ma ciò non richiede certo tempi biblici. La volontà del governo e del Parlamento c’è. Ricordiamoci però che la ratio di questa misura è aiutare le persone a uscire dall’indigenza, non dare l’elemosina o piazzare una bandierina politica.
Difficile però combattere la povertà diffusa nel Paese con 1,8 miliardi. E certamente non appare felice la coincidenza tra la difficoltà a condurre in porto questa misura e la facilità con cui sono stati stanziati 20 miliardi per le banche in crisi...
Chiariamoci su questo punto: senza la garanzia una tantum di 20 miliardi per le banche avremmo portato sulla soglia di povertà svariate altre migliaia di famiglie e persone. Quanto alla dotazione dello strumento anti-indigenza, è corretta la stima di 7 miliardi dell’Alleanza contro la povertà. Chiunque governi, ci dobbiamo arrivare progressivamente. Noi, lo ricordo in un Paese che sembra sempre più senza memoria, partivamo da zero.
Lei ha nove figli e viene dalla tradizione cattolico-democratica: ritiene sufficienti le politiche familiari del governo Renzi?
Anche qui, prenderei il punto di partenza, ovvero il poco, il pochissimo che abbiamo trovato. Ora c’è un sostegno robusto a chi ha figli, un’integrazione del reddito per chi deve sostenere le prime spese per un bimbo. È chiaro che bisogna fare di più. Credo che il prossimo programma del Pd non debba aver paura di mettere la famiglia al centro e riconoscere che nelle fragilità della famiglia si insinua lo spettro della povertà.
Parla di programma, quindi non è tentato come altri dalla voglia di concludere la legislatura...
La premessa è doverosa: il governo Gentiloni e il voto sono nelle mani del Parlamento e del capo dello Stato. Però l’orizzonte che ha davanti, a mio parere, non è lungo. I cittadini e gli elettori vanno rispettati: il 4 dicembre hanno espresso un chiaro bisogno di partecipare e ridefinire lo scenario politico. Non essendo possibile votare a febbraio, la maggioranza si è fatta carico di un esecutivo di servizio che accompagni il Parlamento nel periodo che servirà a definire le regole elettorali. Dire che questo processo si conclude entro giugno mi sembra plausibile. Il 24 gennaio, con la sentenza della Consulta sull’Italicum, i tasselli saranno più chiari e tutti dovranno uscire allo scoperto.
Lei si è rassegnato al ritorno al proporzionale?
Francamente no. Ricordo bene la debolezza dei governi quando era in vigore il proporzionale puro. E governi deboli sono a discapito di chi ha bisogno, non di chi sta bene e vive di rendita. Io prediligo il Mattarellum, con tutti i ritocchi che si ritengono necessari. È una proposta che facciamo a tutti, senza interlocutori privilegiati. Lega ed M5S, se davvero vogliono andare al voto, si facciano avanti. Dialoghiamo con tutti, senza pregiudizi. E chiediamo a Forza Italia di non porre veti.
Resta il tema: quale Pd si presenta ai cittadini dopo la 'botta' del 4 dicembre? E come si imposta una campagna elettorale partendo dall’ipotesi che lo sbocco possano essere le larghe intese con Forza Italia?
E infatti questo per me non è lo sbocco obbligato, non si parte da questo esito ineluttabile. Per me la vocazione maggioritaria del Pd resta. Se ci diamo un’identità sociale forte e se non cediamo al proporzionale puro possiamo giocare pienamente la partita di una 'terza via' tra il populismo e la consegna della politica al capitalismo rapace.
In diversi però, nella maggioranza e nell’opposizione, stanno sottolineando la 'discontinuità' di Gentiloni forse anche per rafforzare l’ipotesi di concludere la legislatura...
Tra Paolo e Matteo c’è continuità assoluta. I toni, certo, sono diversi. E anche il contesto. Matteo prese un Paese immobile e doveva fare tutto in fretta per non restare impantanato. Paolo può lavorare su obiettivi precisi e specifici. Ma la visione del Paese e dei futuri scenari politici è identica.
Si è parlato anche di lei come 'premier di servizio'. E il suo rapporto con Renzi è sempre oggetto di indiscrezioni, presunti avvicinamenti e allontanamenti. Che vento tira?
Con Matteo il sodalizio è sempre forte. Resto il 'fratello maggiore', e i fratelli si dicono le cose faccia a faccia, senza complessi, con amicizia. Io premier? Gentiloni è molto bravo.

sabato 31 dicembre 2016

Non voterò più


Enrico Capizzi
L'Unità 8 dicembre 2016
Sono stanco di perdere, dopo una giovinezza passata ad assistere alle vittorie della Dc credevo di aver trovato con Matteo Renzi un leader concreto, ma evidentemente alla maggioranza degli italiani questo non piace
Ho deciso: non voterò più. E questo è il sentimento anche dei miei familiari. Sono talmente deluso da stare male. Ho rivissuto le nottate passate da giovane alla Sezione del Partito, davanti ad un vecchio televisore .Immancabilmente vinceva la DC e noi a rosicare, nonostante l’impegno, la campagna elettorale porta a porta. Ma allora ero giovane ed era più facile digerire le sconfitte. Adesso non più.
Renzi mi aveva ridato entusiasmo, vedevo una politica concreta, che decideva. Evidentemente alla maggioranza degli italiani non piace. Ed allora non voterò più: not in my name. Per prima cosa non voterò più alle Primarie del PD. Pensavo di aver contribuito ad eleggere un segretario ed una classe dirigente che guidassero un Partito unito, coeso, teso agli stessi  obiettivi. Ed invece no.
La parte che ha perso il Congresso ha cominciato, da subito, a  seminare di mine il percorso, sperando che su una di queste mine il Segretario saltasse per aria. Ha cominciato da subito l’azione di logoramento, a rosicchiare il cranio (la  sindrome da Conte Ugolino) del Segretario. Credo che siano stati loro i primi a parlare di “uomo solo  al comando” ,uno dei principali argomenti usati dal Fronte del No per terrorizzare la gente (ho sentito personalmente qualcuno sostenere che “se vince il Sì arriva la  dittatura”).
Com’era prevedibile, la vittoria del  No viene ascritta a Grillo, a Salvini, in parte a Berlusconi (che probabilmente ha impedito la frana verso il Sì di quel che resta del suo partito, pur sempre vicino al 15%). Del resto, basta fare i conti: insieme sommano circa il 60% dei votanti, esattamente la percentuale di coloro che hanno scelto il No.
Gli elettori di Sinistra italiana e quelli del PD che hanno seguito Bersani, sono stati semplicemente sostitutivi di quelli dei predetti tre partiti che invece hanno scelto il Sì. Cioè, non determinanti: ed  infatti nessuno li considera fra i vincitori.
Ed anche la narrazione sull’arroganza di Renzi ha origini interne: ricordo  ancora la Direzione del PD  durante la quale Cuperlo lo accusò di “coltivare l’arroganza del Capo”. Renzi è arrogante? Certo, nessuno può sostenere che sia umile, che abbia una personalità arrendevole. Ma, vivaddio, ha le qualità del leader, di un leader che decide, che rifugge le mediazioni infinite, le discussioni senza fine, autoreferenziali, di chi si guarda  l’ombelico.
Del resto, se non  fosse uno che decide, si sarebbero, in mille giorni, approvate tutte le leggi e le riforme che il Parlamento ha approvato? La sinistra interna, si guardi l’elenco, con onestà intellettuale. Quali sono le leggi che la sinistra dem considera “in continuità con la politica di Berlusconi”? Forse gli ecoreati? Le unioni civili? lo spreco alimentare? il caporalato? la pubblica amministrazione? il terzo settore? l’autismo? il dopo di noi? la parziale modifica della legge Fornero?
E’ necessario   continuare? Non credo. Bersani e Speranza si riguardino la lunghissima lista di tutto quello che nei
passati mille giorni questo Premier “arrogante”e”uomo solo al comando” è stato in grado di fare approvare. Lo so, loro ribattono con il mercato del lavoro e la buona scuola. Io non sono d’accordo con le  loro valutazioni, ma un discorso approfondito sarebbe troppo lungo. Alcune  “scene” mi hanno particolarmente infastidito durante e dopo la campagna referendaria.
Due di queste riguardano Roberto Speranza, l’aspirante leader senza quid.
1) La partecipazione ad una manifestazione per il No con De Magistris. Proprio lui, il Masaniello de noantri, quello che considera Renzi un nemico da abbattere, il raffinatissimo ex PM (che orrore i giudici e gli ex giudici che si comportano da ultra del calcio) che con raffinata eleganza ha minacciato più volte Renzi, intimandogli di non andare a Napoli (tutti ricordiamo il “si deve cagare addosso”), il fomentatore di centri sociali e cobas violenti contro il Premier che andava ad avviare il risanamento di Bagnoli. Proprio con lui Speranza doveva manifestare per il No?
2) I sorrisi e gli abbracci di trionfo con D’Alema ( che, nell’ebrezza del trionfo ha chiaramente espresso uno dei motivi di risentimento, nei confronti di Renzi: dopo una decina di legislature, la colla e la voglia di poltrone erano ancora troppo  solide ) dopo la vittoria del No.
Mai visto che una parte del Partito facesse campagna contro la posizione ufficialmente espressa (e ancora non ho capito i motivi di dissenso sul merito della riforma) e che festeggiassero così la sconfitta del proprio Segretario. Io penso che la minoranza di Bersani, in realtà, volesse pesarsi alle urne (suggerimento dello stratega D’Alema?) in vista di una eventuale scissione o per contare di più nella battaglia interna in attesa del prossimo Congresso.
L’esito non dovrebbe essere brillantissimo se è vera l’analisi dei flussi che ritiene che solo l’8% degli elettori
PD abbia votato  contro (ed in gran parte, penso, più per amore verso la vigente Costituzione che per assecondare i giochetti di corrente).
Ed allora, considerato che votare per le Primarie è inutile, perché il Congresso del Partito non finisce mai,
non voterò più alle Primarie. E non voterò neanche alle Politiche. Il Popolo italiano vuole tenersi il bicameralismo paritario? Vuole tenersi il caos dei rapporti con le Regioni? Vuole tenersi i 63 Consiglieri del CNEL? Vuole tenersi 315 Senatori con le stesse funzioni dei Deputati? Vuole tenersi i finanziamenti dei Gruppi al Senato e nei Consigli regionali? Vuole tenersi gli stipendi sproporzionati dei Consiglieri regionali? Va bene così, ma poi non voglio sentir parlar male nessuno di quelli che hanno votato No delle suddette cose.
Il Popolo  italiano pensa che sia in grado di governare il Paese una banda di furbi incompetenti, telecomandati da un Comico ( che spaccava a martellate i computer prima che qualcuno  gli facesse capire che la rete poteva essere un miniera d’oro) e da una Società immersa nell’opacità (altro che uno vale uno, altro che trasparenza) ?  Va bene così, ma non per conto mio, not in my name.
Il Popolo italiano pensa che possa fare il Presidente del Consiglio un giovanotto senza arte né parte, mediocre studente universitario, che oltre allo staff della comunicazione necessiterebbe di avere accanto una maestra che gli spieghi la coniugazione e l’uso del congiuntivo e la differenza tra verbi transitivi ed intransitivi? Va bene così e buon divertimento.
Il Popolo italiano è così immaturo da farsi abbindolare dalla propaganda che vuole fare considerare establishement e casta uno che è appena arrivato e non è neanche parlamentare? Va bene così, evviva il Popolo sovrano.
Il popolo italiano è così irriconoscente da dimenticare così in fretta i benefici, in tema di diritti sociali ed in termini economici (basti pensare agli 80 euro,all’abolizione della TASI, ai posti di lavoro creati, ai centomila insegannti in ruolo, al PIL tornato positivo, allo sviluppo del turismo e delle esportazioni, a quello che si sta realizzando nel campo dei beni culturali (alla faccia degli storici dell’arte ed archeologi improvvisatisi costituzionalisti), a tutte le leggi sui diritti sociali e civili ? Va bene così, ma non  in mio nome.
Il Popolo italiano ritiene che debba andare a casa un Premier che sta conducendo tenaci battaglie in Europa e che ha ridato dignità al nostro Paese nei rapporti internazionali? Va bene così. Ma non in mio nome.
Matteo non mollare, se tu non molli, chissà, forse potrei anche ripensarci e tornare a votare.