sabato 24 settembre 2016

Io, la sinistra, Grillo, i cretini.


A pranzo con Michele Serra
di Salvatore Merlo
Il Foglio 23 Settembre 2016
Giornali, politica, satira e vaffa. “La mia lotta è non diventare cinico. Uno è moralista da giovane, poi diventa disilluso, infine rischia di diventare cinico”
E le parole “mio mondo e mio partito” forse un po’ gli bruciano in gola. “Non ci siamo più”, dice con una malinconica ironia. Estinti: come il bue primigenio, come il ghiro gigante di Minorca, come la tigre del Caspio. “E pure ognuno di questi pareva inestirpabile”. Qualche fossile ancora riemerge, tuttavia, qua e là. “Ma bisogna avere l’umiltà di accettare le cose nuove, anche quelle che non ti prevedono”. Come Matteo Renzi? “Mi capita di ricevere missive irose dei miei lettori: ‘Ah, ma come fai?’, ‘Questo orribile provinciale fiorentino…’, ‘Bisogna fare qualcosa…’. Ecco, io invece penso che non dobbiamo rompere i coglioni. Se la nostra sinistra diventa una mummia, noi possiamo anche diventare delle mummie noi stessi, ma non possiamo mica pretendere che anche tutto il resto del mondo si mummifichi”.
E a questo punto lo sguardo fisso, che prima somigliava a un pugno chiuso, si scioglie in un ridere degli occhi, “bisogna avere uno sguardo non stupidamente arreso, ma nemmeno accigliato e corroso dal catastrofismo”. Così abbassa il tono di voce, stringe le palpebre, prende una voce non sua, che potrebbe essere quella dell’avaro di Moliére, o la caricatura fumettistica di un vecchio pessimista: “Ahhh, il mondo è diventato una merda! Non c’è più Berlinguer… Che palle!”. Ride, Michele Serra, con occhi che colgono senza riguardi il paradosso delle situazioni, e la comicità. Anche amara. E forse un po’ evoca “i compagni” volenterosi e tristi di Mario Monicelli, quei pasticcioni sconfitti e dolenti della commedia. “La mia famiglia d’origine ha perso”, dice, “ma il mondo continua anche senza di me”. E insomma esprime lo smarrimento dell’uomo di sinistra, la cui simmetria dei principi è stata scompigliata da un vento che spira da regioni che forse lui in tutta innocenza credeva non esistessero, fino a ieri, o fino all’altro ieri, o comunque fino all’incrinarsi delle certezze di un mondo al quale sente d’essere appartenuto – di appartenere? – “non solo da militante, ma da funzionario”.
Strano dove le nostre passioni ci conducono, incalzandoci sferzanti, costringendoci a sogni indesiderati, a destini malaccetti. “Alle primarie votai Bersani. Poi mi sono pentito. A un certo punto mi sono accorto che votavo Bersani perché in realtà votavo per me stesso, mentre avrei dovuto votare contro me stesso, cioè avrei dovuto votare per Renzi”. In una delle sue rubriche, in un’Amaca, qualche settimana fa, aveva scritto: “Piuttosto che essere governato da uno come Di Maio, che non sa niente ma se la tira come se sapesse tutto, sopporto, anche se non la supporto, Maria Elena Boschi”. Che ti ha fatto la Boschi? “Niente”, risponde lui, con il suo sorriso arabo. “Mi sembra volenterosa… in Italia ci sono due modelli di quarantenne, quello renziano e quello grillino. Almeno quelli come la Boschi provano a dare un’impronta, a fare qualcosa”. I bamboccioni che il ministro Padoa Schioppa esortava a lasciare la casa genitoriale l’hanno fatto. “E invece cosa abbiamo fatto noi sessantenni di sinistra per dire di ‘no’?”. Ecco. Al referendum come voti? “Io voto per il ‘sì’, anche se vincerà il ‘no’. E vincerà il ‘no’ perché l’aria che tira è quella del disfacimento. E poi guardati intorno: mezzo Pd vota ‘no’, la destra vota ‘no’, la sinistra vota ‘no’, i grillini votano ‘no’…”.
Il Naviglio Grande è nitido, largo e lindo, sembra la guancia ben rasata di Milano (mi dirà “Lui” tra poco: “Tutta questa zona aveva un suo fascino anche prima, ma un fascino malinconico, mentre adesso è un luogo allegro”).
La mattina è stata ansimante e boccheggiante, con scrosci di pioggia a tratti torrenziale. Da qualche minuto un sole malaticcio ravviva il cielo bianco, mentre dall’imboccatura di porta Ticinese ecco arrivare, dondolando appena, un signore dall’aria pensosa, ma allegra: pantaloni marroni, camicia chiara, una ciocca di capelli spettinata, e brizzolata, un filo di barba. E’ lui, Michele Serra. “Hai visto, ci sono i pesci nel Naviglio”, dice, indicando quelle acque che non sono più “perplesse”, come le descriveva Giuseppe Marotta negli anni Sessanta, ma che dopo il grande recupero dell’Expo hanno assunto un tocco attraente, adesso sembrano raccontare favole levigate. “Qui i sindaci sono stati bravi, anche quelli di destra. Ma soprattutto è stato bravo Giuliano Pisapia, che se volesse potrebbe diventare il vero avversario di Renzi… Solo adesso Milano palpita davvero di vita, di vita civile e di bellezza, quella stessa città che fu lugubre quando ero ragazzo e che invece mi scorreva attorno così estranea e rampante negli anni Ottanta”.
E la città lugubre era quella in cui si spaccavano teste a sprangate, la città che negli Anni di piombo subiva attonita la bomba di Piazza Fontana, la violenza ideologica e il terrorismo. “In via Scaldasole frequentavo un circolo anarchico, del Movimento socialista libertario. Andavo lì con tre amici di scuola, Mario Ferrandi, Guido Salvini, ed Enrico Mentana. Il primo è finito all’ergastolo per terrorismo, il secondo è il giudice che ha riaperto le indagini su Piazza Fontana, il terzo è il direttore del Tg di La7. Pensa un po’”.
La città che invece gli scorreva estranea, era la Milano di Bettino Craxi, quella da bere. Lo disprezzavi Craxi? “Lo consideravo un nemico. Credevo che avesse ragione Berlinguer, e lui torto. Ero abbastanza comunista, e abbastanza moralista”. A un certo punto però, qualsiasi cosa si faccia, le carte dei motivi e delle conseguenze si imbrogliano maledettamente, e quando gli anni passano nessuno sa più se ha agito bene o male. “Era facile essere moralisti all’epoca, forse c’erano anche delle esagerazioni, ma il sacco della città ci fu davvero. C’era un ceto emergente e spregiudicato, odioso”.
Dunque il Pci, la militanza, un intrico di pulsioni e intenzioni risalenti a tempi immemorabili ormai informi, forse senza scopo. “Entrai nel partito credo a diciotto anni, sezione ‘martiri di Modena’, in via Caccialepori. Entrai per autodifesa, forse anche per paura. Era il ’73 o il ’74 e la gente si apriva la testa a bastonate. Poi un giorno un mio amico andò a fare il militare e mi disse: ‘Vuoi il mio lavoro?’. E che fai? ‘Faccio il dimafonista all’Unità’”. Cioè lo sbarbatello al quale gli inviati dettavano i pezzi al telefono. “Così presi una vecchia Olivetti Lettera 22 di mia madre e mi esercitai nella dattilografia, ero imbranato ovviamente, ma dissi a quelli dell’Unità che ero un professionista. Mi presero. Facevo le notti. A quei tempi i giornali rombavano, erano fabbriche: la colata a piombo, la linotype, gli odori. I tipografi erano individui neri, inchiostrati, che bevevano latte per combattere l’avvelenamento da piombo (ma più spesso bevevano Campari Soda). Era vera classe operaia. Si parlava solo dialetto milanese, che per me, io che venivo da una famiglia borghese, era come una porta sbattuta in faccia, un fragoroso abbassarsi di saracinesca, dovevo farmelo tradurre”.
Poi lentamente il passaggio alla scrittura, al giornalismo. Supremo, prezioso dilettantismo o capriccio. Almeno all’inizio. “Adesso sono venticinque anni che scrivo tutti i giorni. Una follia, un’ossessione. Ho scritto su Panorama, l’Espresso, Repubblica, Telesette, il Monello, l’Illustrazione italiana… Chissà quante stronzate ho scritto!”. Ricordane qualcuna, dai. “Per fortuna mi dimentico tutto, e per fortuna la carta va al macero”. C’è internet, ti avverto. “Ma mi hanno spiegato che per fortuna anche le memorie elettroniche hanno una loro obsolescenza”. Sì, ma credo di millenni. “Cazzo!”.

d'Alema c'è...

"Ho grande rispetto per D'Alema perchè ogni volta che siamo in difficoltà, lui c'è sempre. Quando può dare una mano, non la fa mai mancare mettendosi dalla parte sbagliata."
Matteo Renzi a Prato.
24 settembre 2016

mercoledì 21 settembre 2016

Tre opposizioni, mille parole, zero alternative


Mario Lavia
L'Unità 21 settembre 2016
Allo stato dei fatti, il Pd, con tutti i suoi limiti, continua esattamente a non avere alternative, il che è la sua carta vincente ma in un certo senso anche la sua condanna
A tennis, di solito, quando un giocatore comincia a giocare bene l’avversario peggiora, si disunisce, sbaglia. Accade anche in politica. Fateci caso: quando un governo va in difficoltà di norma l’opposizione si rinsalda, si prende la scena, si fa sentire, detta l’agenda, cattura interesse e suscita attese.
Invece l’analisi fredda della situazione attuale porta a dire che malgrado le oggettive spine di Renzi, le due opposizioni – che come vedremo sono tre – non solo non ne approfittano ma per molti versi sono entrate in una nuova fase di crisi. Lo vediamo anche nella storia infinita dell’Italicum: tutti sbraitano contro ma non se ne trovano due che propongano la stessa ricetta, così che oggi alla Camera le opposizioni parleranno cento lingue, compresa quella dei grillini favorevoli al proporzionale puro – premessa per una bella serie di governi balneari – come a voler rivestire di nuovo populismo il vecchio abito della Prima repubblica.
In questo weekend la destra italiana si è sdoppiata in maniera plastica, divisa fra il linguaggio tecnocratico ammantato di una patina di liberalismo di Stefano Parisi e quello rozzo e antimoderno di Matteo Salvini (al netto della vomitevole frase sul compianto presidente Ciampi che però gli è valsa una comparsata in tv dopo tanto tempo), l’uno sotto le mille luci del MegaWatt milanese, l’altro sul pratone un po’ spelacchiato di Pontida. Andiamo un po’ a tentoni, perché la piattaforma di Parisi ha ancora troppe zone informi ma, ascoltandoli, non c’è nulla in comune fra queste due destre.
Nemmeno fra la Le Pen e Sarkozy c’è questo abisso, neppure fra la Le Pen e il più moderato Juppè e non parliamo poi della distanza fra Farage e la May. Sommare i voti di una Forza Italia targata Parisi a quelli dei lepenisti Salvini e Meloni, costretta a stingere il suo retaggio reazionario nel verde padano, è un esercizio che va bene per gli stanchi sondaggi del lunedì sera ma non ha senso politico. Anche perché questa volta c’è un dettaglio di non poco conto: in campo non c’è più l’incredibile capacità “federativa”di Silvio Berlusconi, uno che riuscì a mettere insieme postfascisti e leghisti, Giuliano Urbani e Mauro Borghezio, Follini e Alemanno.
La sua stessa creatura, Forza Italia, pare oggi un amalgama non riuscito. E sono passati vent’anni, mica uno, con l’ex Cavaliere che non sembra più guidare le danze e con Salvini che non ha certo la destrezza politica di Bossi. Oggi a destra chi è in grado di saldare progetti, linguaggi, stili completamenti diversi? Nessuno. Maurizio Belpietro, conscio di questa impasse, suggerisce con una piroetta intellettuale che a decidere sia «il popolo».
Ma il problema è che di popoli ce ne sono almeno due. Per questo non potranno fare primarie, perché il giorno dopo il popolo perdente non riconoscerà mai quello vincente, non essendoci alcun terreno comune. E a meno di non voler fare una guerra tipo “Gangs of New York”, una soluzione semplicemente non e siste. La terza opposizione sta messa meglio delle prime due ma si è ingarbugliata da sola.
Parliamo ovviamente del M5S, una forza che ha colto un certo spirito del tempo, bellicoso e arruffato, e che continua a veleggiare lungo le coste del “noismo” – no a tutto – ma che sta palesemente implodendo davanti alla prima seria prova di governo: non è che non sanno governare Roma (che pure non è esattamente un buon viatico per il governo nazionale), è che la vicenda di Roma sta facendo saltare tutti i (deboli) meccanismi interni. Nessuno dirige, nessuno decide, nessuno fa politica. Il gruppo dirigente si è autoaffondato, i big diffidano l’uno dell’altro e ormai si guerreggia persino su chi far salire sul palco della prossima kermesse di Palermo, mentre si meditano colpi bassi contro la sindaca di Roma (le toglieranno il simbolo?) in un inquietante vuoto di potere che ricorda le fasi più buie della stagnazione moscovita.
Almeno il “vaffa” mobilitava. Il Pinochet venezuelano di Di Maio molto meno. A poche settimane ormai da un referendum che non vede protagonisti questi partiti d’opposizione – e infatti i leader del No sono D’Alema, giuristi e personaggi televisivi – questo non è un quadro che possa far felici quanti desiderano un Paese nel quale la lotta politica sia produttiva di proposte di governo alternative da sottoporre al popolo sovrano. E tuttavia, allo stato dei fatti, il Pd, con tutti i suoi limiti, continua esattamente a non avere alternative, il che è la sua carta vincente ma in un certo senso anche la sua condanna.

martedì 20 settembre 2016

Fabrizio De Andrè e le sue “Anime Salve”. Quelle di ognuno di noi


Daniele Bova

L'Unità 19 settembre 2016
Usciva esattamente 20 anni fa l’ultimo disco del cantautore genovese: crocevia di suoni e tradizioni ma anche racconto degli emarginati e della solitudine, necessaria, degli uomini.
Tra i dischi di Fabrizio De Andrè, Anime Salve è quello a cui molti sono più affezionati: vuoi perché legato alla sua imminente morte, vuoi perché si tratta di un punto d’arrivo importante: la summa di un percorso di ricerca iniziato con l’omonimo album del 1981. Da quel lavoro, che racconta i sardi e i pellerossa nella loro essenza di popoli minacciati, Faber comincia un cammino che lo porterà a due approdi apparentemente inconciliabili, ma intimamente legati. Da una parte l’apertura totale e incondizionata all’Altro, che si concretizza, a livello testuale e musicale, nell’annettere alla sua poetica suggestioni provenienti da tradizioni e culture lontane; dall’altra, la presa di coscienza della centralità della solitudine, intesa come possibilità di raccontare in maniera più autentica l’essere umano. “Il mio è un inno alla solitudine come possibilità di riscatto da situazioni di disagio – dirà  in un’intervista – il primo grande disagio l’uomo lo prova al momento della nascita, quando passa dall’acqua all’aria. Il secondo quando si rende conto che il suo destino è morire. Alcuni, poi, ne vivono un terzo: il disagio dell’isolamento. Ebbene, secondo me, chi passa attraverso questi tre disagi matura spiritualmente. La solitudine porta a contatto con l’Assoluto“.
Le Anime Salve del titolo sono quindi gli spiriti solitari: l’intera opera è un tentativo di afferrare l’uomo nei suoi tratti salienti, in ciò che gli è più proprio. L’unico modo per far questo è indagarlo nella sua emarginazione, in quei casi limite che De Andrè stesso definisce scherzi della natura – proprio perché vittime della natura stessa, come chi nasce donna in un corpo di uomo (l’argomento del brano d’apertura Princesa) – oppure nella realtà di popoli che non sono mai scesi a compromessi per salvaguardare “i retaggi millenari che si portano dietro”, come quello dei rom. Il cantautore vede in questi attori l’esempio di quella solitudine primaria capace di farci accedere all’essenza delle cose: “Io sono uno che sceglie la solitudine – avrebbe dichiarato –  e come artista mi faccio carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello. E’ il mio mestiere.”
Il disco si rivela un parto molto complesso, perché alla stregua dei temi trattati, anche a livello formale si struttura su una coralità di punti di vista, sotto forma di grande affresco della world music evoluta. Ogni brano è scritto a 4 mani con Ivano Fossati, i musicisti che collaborano sono numerosi e legati a sonorità disparate – dal percussionista Giuseppe “Naco” Bonaccorso (scomparso pochi mesi prima che uscisse il disco), al grande suonatore di cimbalom (strumento gitano) Sàndor Kuti, dal fisarmonicista russo Vladimir Denissénkov, all’arpista Cecilia Chailly, il mood delle canzoni è vario e suscettibile di cambi e contaminazioni all’interno delle singole composizioni. Si passa, ad esempio, da ritmi e sonorità mediterranee, a spunti di matrice sudamericana, da accenni jazz al folk, senza precludersi ballate introspettive come Ho visito Nina Volare. In parte, l’humus frastagliato del disco deriva dalle spinte antitetiche di chi vi ha suonato dentro, ma senza che questo arrivi a compromettere il senso unitario del tutto, anche grazie al lavoro di Pietro Milesi, capace di mediare, con soluzioni di arrangiamento e di produzione, tra le diverse influenze.
In questo mosaico, De Andrè non è altro che lo “spirito guida” che lascia esprimersi, integrarsi e a volte scontrarsi (come nel caso di alcune divergenze artistiche con Fossati) tutte le parti in gioco.
“Non capisco come chi esercita il potere non si renda conto di non essere anche lui libero. Chi esercita il controllo sugli altri, infatti, non è libero. Basta vedere come certe madri vanno in apprensione per i figli, perdendo così ogni libertà. Eppure ci sono ancora del matti che si divertono ad esercitare il controllo sugli altri”. Come tutti i lavori di De Andrè, anche Anime Salve mantiene una sua cifra “politica”; di più: mai come in questi brani tale termine ci appare nella sua pienezza di significato, calato in situazioni determinate e marginali, di “frontiera” e parallelamente esemplificativo di ogni contesto e di ogni epoca. Citando uno storico verso del brano che chiude l’album, Smisurata Preghiera, è come se De Andrè ci suggerisse che “chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio di speciale disperazione” non siano solo gli scherzi della natura, i reietti, i disadattati, ma tutti noi: perché ognuno, a modo suo, è alle prese con lo stesso compito: “consegnare alla morte una goccia di splendore… Di umanità.. Di verità… “.

lunedì 19 settembre 2016

A Pontida il cattolicesimo ruspista di Matteo Salvini


Francesco Anfossi
Famiglia Cristiana 18/09/2016
Il patetico tentativo di strumentalizzazione di Benedetto XVI, contrapposto a papa Francesco, è solo la conferma di una sostanziale visione anticristiana di un certo modo di fare politica. Il leader lepeniano porta il presepio nelle scuole e si batte per il crocifisso nelle aule ma ce l'ha con Bergoglio perché «invita gli imam in chiesa»
La confusione è sempre stata grande sopra il cielo dei leghisti. A seconda delle convenienze e dell'umore il suo fondatore Umberto Bossi è stato cattolico, clericale, anticlericale, papista, antipapista, pagano, spiritualista, intimista, protestante, calvinista, laico, ortodosso, riformatore e oggi chissà. Il suo successore Matteo Salvini in questo non è da meno, avendo inventato il cattolicesimo ruspista, dottrina eretica che entra a far parte della storia della Chiesa dopo essere stata diffusa e messa a punto in molti bar sport della Bergamasca. Il leader lepeniano porta il presepio nelle scuole e si batte per il crocifisso nelle aule ma vuole cacciare gli imam dalle chiese e i bambini extracomunitari dagli asili (e anche dagli ospedali pediatrici). Ultimamente ce l'ha con Bergoglio, forse accusato di modernismo, perché “invita gli imam in chiesa”, e vagheggia un’ altra Lepanto (ma non sa che la bandiera turca conquistata dalle forze della Lega Santa cinque secoli fa è stata restituita dal Vaticano alla Turchia da molto tempo).
Certo potremmo consolarci  col fatto che Salvini, anteponendo papa Benedetto XVI a Francesco, ha fatto passi da gigante rispetto al dio Po e a tutto l’ armamentario di ampolline, riti celtici e altre strampalate diavolerie cui i leghisti, Salvini compreso, hanno accettato con entusiasmo, seguendolo come cagnolini dal Monviso fino alla foce del Po. Ma nell’ Anno della Misericordia chiediamo compassione anche per questo patetico tentativo di strumentalizzazione di due Pontefici perfettamente coerenti nella linea del magistero (forse Salvini neanche lo sa che Benedetto vive nei Giardini Vaticani, non certo per caso). 
Il maldestro tentativo di strumentalizzare Benedetto XVI, contrapponendolo a papa Francesco, è solo la conferma di una sostanziale visione anticristiana di un certo modo di fare politica della demagogia all'italiana. Perché in Italia la politica demagogica, di fronte a qualche voto in più raccattato nei bassifondi dell'ignoranza, non si ferma davanti a niente, nemmeno all'immagine misericordiosa di un papa. Ed è indicativo dell'abisso in cui si ritrova la politica, che dovrebbe interpretare i più alti valori dell'uomo al servizio del bene comune. Altro che politica come più alta forma di carità, come diceva Paolo VI!  
Purtroppo c’ è ancora qualcuno che ci casca, come i giovani padani, che a Pontida si sono presentati con una maglietta che raffigura papa Francesco che si tiene la testa tra le mani e una scritta che recita: “Il mio Papa è Benedetto”. Cari giovani padani, prima di fare magliette, studiate, studiate, perché l’ ignoranza è brutta e un giorno, quando non sarete più giovani, potreste vergognarvi di quel che avete indossato e venduto a Pontida.

Questione referendaria e volontà popolare


Michele Salvati
19 settembre 2016
La deresponsabilizzazione delle élite
Ormai mi capita di rado di ritagliare e conservare fisicamente un articolo di giornale: di solito tengo quelli più interessanti in un archivio del computer. Ma non ho resistito a quella vecchia abitudine per un articolo di Sergio Fabbrini sul «Il Sole - 24 Ore» dell’11 settembre scorso: Le élite del No e il futuro dell’Italia. Il ragionamento di Fabbrini non fa una grinza. Parte ricordando ciò che dovrebbe essere ovvio, ma non lo è: che un referendum su questioni politiche complesse (come l’adesione all’Unione Europea o la riforma costituzionale) «non è lo strumento per far emergere il volere del popolo, inteso come un’entità unitaria, distinta dalle élite politiche. Al contrario, il referendum si è dimostrato regolarmente lo strumento per avviare un regolamento dei conti all’interno delle élite stesse». Dopo aver addotto numerosi esempi a sostegno di quanto ha affermato – tutti tratti dalla recente esperienza europea – ne fa seguire la recisa conclusione: «la politica è sempre uno scontro tra élite, mai tra élite e popolo». Questo vale sia per le élite dei partiti tradizionali, sia per quelle di recente formazione, per imprenditori politici che percepiscono un distacco tra élite tradizionali e opinione pubblica e lo dirigono verso soluzioni radicali e quasi sempre illusorie: i movimenti cui è attribuita l’etichetta elusiva di «populisti». E Fabbrini, da questo incipit, fa seguire diverse conclusioni, di cui vorrei qui segnalare la principale.
«Il referendum, proprio per la sua natura binaria relativa a una determinata proposta (Sì o No) consente alle élite negative un vantaggio posizionale rispetto a quelle positive. È molto più facile fare una campagna contro che una a favore. Tant’è vero che quando le élite negative vincono, e quasi sempre vincono nelle arene referendarie, il risultato è lo stallo se non la confusione». E qui seguono altri esempi. Donde il giudizio conclusivo: «il referendum deresponsabilizza gli oppositori, che possono mobilitarsi per far votare contro la proposta in discussione senza essere obbligati a precisare con che cosa la sostituirebbero».

In un articolo dell’aprile scorso, e sempre con riferimento al referendum costituzionale, mi riferivo anch’io allo stesso fenomeno di deresponsabilizzazione, notando che il legame principale che unisce le opposizioni al referendum è l’obiettivo di far cadere o azzoppare il governo. «L’unico legame, perché poi, su qualsiasi linea politica, i loro dissensi sarebbero insormontabili: ve lo immaginate un governo sostenuto da una maggioranza in cui ci siano esponenti della sinistra radicale e Forza Italia, Lega e 5 Stelle, tutti strenui oppositori del referendum? Una maggioranza “contro” non è impensabile; è una maggioranza “per”, diversa da quella che sostiene il governo in carica, che non si riesce a intravvedere».
Facciamo un passo oltre e veniamo a un problema che presenta alcune somiglianze, ma anche evidenti differenze, con quello del referendum: il ballottaggio tra le due liste più votate, previsto dalla legge elettorale approvata dalla Camera, il cosiddetto Italicum, nel caso che nessuna superi il 40% dei consensi (ciò che è assai probabile). Questo è il cuore della legge, ancor più del ballottaggio di lista invece che di coalizione: è infatti quello che esprime il vecchio sogno veltroniano del partito «a vocazione maggioritaria», il sogno di un governo con una maggioranza coerente (idealmente di un solo partito), disposta a seguire il premier nel suo disegno di riforma del Paese. Anche questa decisione, da ultimo, si presenta come un giudizio secco: Lista A o Lista B, invece di Sì o No.
Nel contesto italiano le obiezioni politiche al ballottaggio non mancano, tre su tutte: a) l’appartenenza a un lista o anche allo stesso partito non significa la leale adesione al programma del premier (si pensi ai feroci conflitti interni al Partito democratico); b) gli elettori di liste o partiti sconfitti nel primo turno difficilmente sono in grado di valutare autonomamente la minor distanza tra i programmi di A e B rispetto a quelli del partito che avevano votato al primo turno e l’influenza di élite politiche negative, come le chiama Fabbrini, di pure «maggioranze contro», è molto forte, come si è visto nelle recenti elezioni comunali; c) resta comunque il fatto che un partito potrebbe ottenere  la maggioranza dei seggi avendo ottenuto, al primo turno, un consenso molto inferiore a quello che gli consentirebbe di vantare una convincente rappresentanza dei votanti. In astratto, e valutando il problema sotto il solo profilo della teoria democratica, D’Alimonte e altri sostengono che la somma delle prime e delle seconde preferenze è una risposta accettabile al problema del contemperamento tra rappresentatività e governabilità. Ma quelle del secondo turno sono preferenze deboli, e questo potrebbe creare seri problemi a un governo che deve prendere decisioni difficili e impopolari.
Gran parte del ceto politico e intellettuale tradizionale è terrorizzato dalla possibile vittoria del Movimento 5 Stelle al ballottaggio (e una parte anche dalla vittoria di Renzi, dell’ «uomo solo al comando», come si va ripetendo sulla base di una critica alla riforma costituzionale difficilmente condivisibile): le pressioni esercitate sulla Corte affinché decida secondo le convenienze politiche di chi le esercita immagino siano fortissime. Probabilmente il 4 ottobre la Corte rinvierà il problema, in attesa del risultato del referendum, e questa mi sembrerebbe una decisione saggia, che concede ai giudici delle leggi tempi di riflessione e valutazione più distesi. La Corte non è un organo politico e la sua neutralità e il suo carattere super partes sono aspetti centrali del suo ruolo in uno Stato di diritto: soggetta a obblighi e pressioni contrastanti la decisione sarà comunque difficilissima ed esporrà in ogni caso la Corte a forti critiche.