domenica 21 agosto 2016

La svolta che serve alla storia europea


Umberto De Giovannangeli
L'Unità 21 agosto 2016
Lo “spirito di Ventotene” non è quello che ispira gli edificatori di muri, quelli che s’illudono che frontiere blindate possano garantire la sicurezza dell’Europa. L’europeismo è l’esatto contrario
Non è un caso se Matteo Renzi ha fatto rotta sull’isola simbolo del sogno europeo, invitando gli altri due leader europei che possono fare la differenza e cambiare davvero verso ad una Unione ormai da tempo decisamente smarrita. È tempo di invertire la rotta puntando sulla crescita, di gestire il fenomeno dei rifugiati, di darsi una politica estera e di difesa continentale. Cambiare verso per ridare un senso all’idea stessa di Europa e per non essere relegati ai margini dei grandi processi economici e geopolitici che investono il pianeta.
Ora servono i fatti, e non più le parole. Perché non saranno le parole a contrastare i trafficanti di esseri umani, a dare un futuro ai tanti “Omran” violentati dalle guerre. Non saranno le parole a costruire un rapporto fruttuoso tra l’Europa e l’Africa. E non è con le parole che si riuscirà a contrastare l’affermar si nel vecchio Continente di partiti e movimenti populisti.
È tempo di fatti. Ed è questo il vero banco di prova per i tre leader che domani si riuniranno a Ventotene. Italia, Germania e Francia devono recepire lo “spirito” che animò gli ispiratori di quel “Manifesto” che ancora oggi rappresenta la visione più alta, nobile, di una idea federalista dell’Europa, l’unica praticabile se si vuole evitare che il futuro sia segnato da altre “Brexit”. O si cambia verso o l’Europa è destinata ancor di più a sfiorire, anzitutto nei cuori dei suoi cittadini.
L’Europa dell’austerità, dell’iperrigorismo ha prodotto una devastazione sociale senza precedenti, alimentando sacche di marginalità, impoverendo le classi medie, frustrando le aspettative delle giovani generazioni. Una nuova Europa è quella che riscopre la forza di un “neo keinesismo”, che non penalizza ma incentiva gli investimenti pubblici in settori strategici quali l’istruzione, la ricerca, la green economy, le infrastrutture.
Un tema, questo, su cui l’Italia ha insistito negli ultimi due anni, facendone il tratto caratterizzante del suo agire a Bruxelles e nei vertici multi e bilaterali. La storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, è lecito interrogarsi sul tempo perduto quando, con i governi Berlusconi e dei tecnici, l’Italia è stata se non silente di certo sulla difensiva rispetto alle scelte scellerate di politica economica e fiscale imposte da Bruxelles (e da Berlino).
E ai “soloni” nostrani che impartiscono ancora oggi lezioni di bon ton diplomatico e di realpolitik, andrebbe ricordato che alzare i toni, a supporto di progetti concreti come il “Migration Compact”, o sulla flessibilità, non solo rende più autorevole l’Italia ma rafforza il fronte anti-austerità. Nessuno può vincere da solo le sfide della globalizzazione, neanche il Paese economicamente più forte in Europa: la Germania. E nessuno può da solo contrastare il terrorismo jihadista, sconfiggere lo Stato islamico, dare stabilità al Vicino Oriente, neanche il Paese militarmente più attrezzato in Europa: la Francia.
Dotarsi di una politica estera comune e di un esercito europeo non è un esercizio per romantici idealisti ma una necessità del presente. L’Europa o è questo o non è. Lo “spirito di Ventotene” non è quello che ispira gli edificatori di muri, quelli che s’illudono che frontiere blindate possano garantire la sicurezza dell’Europa. L’europeismo è l’esatto contrario: è inclusione, nuovi diritti sociali e di cittadinanza. È l’Europa che guarda ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo in termini di opportunità di crescita comune e non come minaccia da neutralizzare. È l’Europa che avvia a quel “Piano Marshall per l’Africa” delineato dall’Italia ma che o diventa europeo oppure arricchirà il già ponderoso libro delle occasioni perdute. Lo deve a quell’umanità sofferente che fugge dall’inferno di guerre, pulizie etniche, povertà assoluta, disastri ambientali, e che bussa alle nostre porte per veder riconosciuto il diritto più importante: quello alla vita.
Le lacrime non servono. Occorre moltiplicare i corridoi umanitari, contrastare con maggiore efficacia gli schiavisti del Terzo millennio, praticare una solidarietà fattiva verso quei Paesi, come l’Italia, che in questi anni, grazie alla straordinaria abnegazione degli uomini della Guardia costiera e delle ong impegnate sulle rotte e i porti della disperazione, grazie alla quale sono state salvate decine di migliaia di vite umane. Per questo ci attendiamo molto dal vertice di Ventotene.

sabato 13 agosto 2016

Nichi al Floating Peers


Attilio Caso
13 agosto 2016

"Sebbene in ritardo colpevole, devo descrivere l'emozione straordinaria vissuta alla visita del Floating Peers. Come non vedere in questa installazione un'ideale prosecuzione delle sublimi intuizioni del maestro Michelangelo Antonioni, rivolto a descrivere l'incomunicabilità in un mondo già devastato dai primi segni del neoliberismo, che sarebbe sfociato nell'Italiamondo berlusconsista e velinista? I colori, i contrasti, i paesaggi liquidi e l'isola, a rappresentare la solitudine dell'uomo davanti alla feroce corsa del patto delle forze antiumaniste del più bieco neofordismo, hanno commosso il mio cuore.
Christo ha messo in scena un'utopia: l'afflato verso la costruzione di ponti che resistono alla volontà di isolare che si respira in questa nostra Italia neoalessiamarcuzzista, in cui trionfano i bignardismi e sono messi da parte eroi della resistenza come Luca Mercalli e Massimo Giannini, ultimi argini alla deriva autoritaria, che questa svolta renzista impone senza democrazia al nostro paese, che sarebbe ansioso invece di finanziare trasmissioni che non vede nessuno, per il gusto leggero di lasciarle cantare nel coro antirenzista a prescindere. 
Devo tuttavia esprimere tutto il mio disagio e il mio disappunto: Christo ha preferito realizzare questa opera in una provincia in cui Renzi ha preso il 70% al congresso, in quanto ivi gli ultimi baluardi della sinistra come i dipendenti pubblici e i pensionati non sono maggioranza come in Calabria o, soprattutto, nella mia Puglia. Come non immaginare il Floating Peers tra Peschici e le Tremiti, a voler celebrare una regione fondata sulla sinistra migliore, la pizzica e l'ulivo rigoglioso? Tutto avrebbe avuto un profumo di libertà e Mediterraneo, di auto in doppia fila e di pedoni che non attraversano mai sulle strisce. Soprattutto, non sarebbe stato  circondato da un continuo scorrere di auto verso il lavoro, ciclisti verso un traguardo e pazienti verso strutture ospedaliere funzionanti, tipici di una Brescia, di una Franciacorta e di un Sebino succubi della dittatura fiorentinista. 
Pensavo proprio a tutto questo oggi, davanti al mio mare Adriatico, sdraiato al sole a riposare dopo il mio quotidiano combattere contro le derive autoritarie insieme a guerrieri vivaci come Roberto, Pippo, Stefano, Paolo, Miguel e Gianni.
Stasera, aspettiamo Luca e Massimo, Norma, Lilli, Pippo, Stefano, Bianca e Steven Universe, prossimo al taglio dalle reti di cartoni per il suo opporsi ad un mondo in cui si discrimina la diversità in nome del boschismo. Mangeremo sgagliozze, spaghetti allo scoglio e zuppa di pesce, innaffiati con verdeca. Poi, Miguel ci descriverà gli emendamenti alla riforma della Pubblica Amministrazione, in particolare quello che resiste alla volontà, tutta boschista e cirinnaista, di vietare ai professori di prima fascia di dedicare le dottorande che collaborano con Luciano e Miguel a prepararci la cena e lavare i piatti volontariamente per arricchire il proprio curriculum scientifico."

giovedì 11 agosto 2016

IL REFERENDUM NON E' UN GIOCO

Sandro Albini
10 agosto 2016
Gli inglesi alla domanda se stare dentro o fuori l'Europa hanno risposto "fuori". Lo stesso giorno Cameron si è dimesso, ma il giorno dopo si sono dimessi anche i leader vincitori. I più candidi hanno motivato: si, ci siamo esposti a sostegno del "fuori" ma convinti che avrebbero vinto i "dentro": se avessimo immaginato questo esito avremmo votato anche noi per il "dentro". Crisi di governo risolta in 48 ore senza tante sceneggiate anche perché ora si tratta di gestire un difficile risultato. L'uscita richiederà tempi lunghi e trattative complesse, ma intanto il mondo reale già si appresta a presentare il conto: previsioni di minore crescita economica e incremento della disoccupazione, rigurgiti separazionisti della Scozia e Irlanda del Nord, e così via. Tradotto: gli inglesi hanno "giocato" al referendum senza rendersi esattamente conto della posta in gioco. Quel che potrebbe accadere con il nostro referendum sulla modifica costituzionale. Le ragioni del SI sono molto chiare: superamento del bicameralismo, correzione alle storture nei rapporti tra Stato e Regioni, semplificazione del quadro politico, abolizione del CNEL. In combinata con la nuova legge elettorale: garanzia che chi vince le elezioni poi ha l'onore e l'onere di governare senza omertose mediazioni. Le ragioni di chi sostiene il NO sono diverse: la Lega semplifica al massimo: bisogna votare no per mandare a casa Renzi: non una parola sul merito. Lo stesso si propongono i 5 stelle con l'aggiunta (udite, udite): la riforma viene fatta per garantire l'immunità parlamentare ai consiglieri regionali che entreranno in Senato! Una idiozia. Forza Italia quel testo lo ha votato ma dopo la elezione di Mattarella ha deciso che non va più bene, senza dire cosa vorrebbe di diverso. L'approccio della sinistra Dem è in puro stile ricattatorio: si modifichi la legge elettorale e noi votiamo Si, altrimenti sarà no. Siccome li si concentrano "i benaltristi" vengono avanzate anche critiche di merito: si poteva scrivere meglio, alcuni istituti non sono chiari, si coarta il sistema democratico perché viene meno la rappresentatività e una minoranza può conquistare il Governo del Paese. Poi "l'intellighenzia" fatta di accademici, giornalisti di grido e "i migliori" per i quali non è accettabile che un Renzi qualsiasi tocchi la "carta costituzionale più bella del mondo". Fa niente se rende difficile governare il Paese al tempo della globalizzazione, ma quella è roba per gli ottimati. Fa niente se altri accademici sostengono che magari non è il più bel testo possibile ma migliora l'attuale quadro istituzionale senza evocare i foschi ipotetici scenari paventati. Ecco quindi l'ampio schieramento del no, apparentemente articolato ma con un unico obiettivo: chissenefrega delle riforme invocate per 30 anni, bisogna mandare a casa Renzi, poi si vedrà. Chi sostiene che Renzi debba restare al governo anche se vince il No è un ipocrita. Forse molti di costoro in privato si augurano che Renzi vinca e a loro rimanga l'epica dei reduci caduti eroicamente sul campo per la difesa dei sacri valori della Patria. Il livore nei confronti di coloro che si battono per il SI è emerso (è una cosa piccola ma significativa) in una trasmissione su RAI 1 stamattina alle 8. La conduttrice aveva a confronto Rosato per il SI e un interlocutore per il No: poiché quest'ultimo disponeva di scarse argomentazioni per contrastare la chiara e convincente esposizione di Rosato, in tutti i modi ha cercato di sviare il discorso con domande capziose sul ritardo nella fissazione della data e sulla necessità di modificare la legge elettorale. Rintuzzata, con perdite, ha letto messaggi dai social, ovviamente tutti contrari a Rosato e, dopo aver annunciato una successiva puntata per dare più spazio al No, ha introdotto la telefonata di un 5 stelle (non ne valeva neanche 2) il quale ha ripetuto il solito mantra. A proposito di "più bello del mondo" lo si diceva anche del campionato di calcio italiano prima di scoprire che era un po' marcio, tanto da invocare "lo straniero" (leggi i cinesi) per tentare di dare un po' di smalto. Scenari possibili: se vince il SI si andrà al confronto elettorale nel 2017 e la sera delle elezioni sapremo quale classe dirigente avrà l'onere di governare secondo il programma elettorale premiato dai cittadini. Il sistema economico - finanziario si sentirà rassicurato dalla prospettiva di un governo stabile e sarà possibile guardare al futuro con più fiducia. Non è democrazia questa? Non è quello che accade nei comuni, con buona pace di tutti? Le sindache di Roma e di Torino hanno legittimamente vinto con il consenso di poco più di 1/3 dei cittadini aventi diritto al voto; lo steso accade per la elezione del Presidente degli Stati Uniti. Se vince il No lo scenario è un sostanziale ritorno al proporzionale. Un nuovo governo (ammesso che ci si riesca - vedi Belgio senza da un anno e Spagna da 6 mesi) si costituirà nel chiuso di qualche stanza dove ci sarà spazio per commerci nobili e meno, al termine dei quali nessuno dei cittadini che ha sostenuto un programma elettorale si riconoscerà in quello di governo (come è accaduto negli ultimi 20 anni). In un quadro di incertezza il sistema economico inevitabilmente rallenterà e bloccherà qualsiasi investimento vanificando gli sforzi compiuti in questi ultimi 2 anni. Questa è la democrazia che abbiamo conosciuto e l'assetto istituzionale attuale, da tutti ritenuto superato invocando il cambiamento. Ora basta un SI per renderlo operativo avviando una stagione nuova. Il ritorno al passato serve solo a coloro i quali, guardando il loro ombelico, credono di vedere il mondo.

venerdì 5 agosto 2016

...rieccoli!!!

Sandro Albini
Corsini e Muchetti per il no al referendum: naturale, visti i precedenti. Ritengo che il superamento del bicameralismo e la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni siano motivi più che sufficienti per votare un convinto SI ! Non è necessario essere Tiresia (indovino cieco dell'antica Grecia) per rendersi conto delle conseguenze di una vincita del NO: crisi di governo, scissione nel PD, ritorno alla agognata instabilità politica nella quale c'è posto per tutti: insoddisfatti cronici, gestori di utlità marginali, apertura di ampi spazi al malaffare e, sopratutto, un piccolo spazio vitale per chiunque, a qualunque prezzo. Mi auguro che gli italiani comprendano e diano una sonora lezione a maestri e maestrini, stellati o meno che siano.

mercoledì 27 luglio 2016

La mia lettera ai fratelli musulmani: denunciamo chi sceglie il terrore


di TAHAR BEN JELLOUN
"Dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci contro Daesh". "Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri"
L'Islam ci ha riuniti in una stessa casa, una nazione. Che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti a quello spirito superiore che celebra la pace e la fratellanza. Nel nome "Islam" è contenuta la radice della parola "pace". Ma ecco che da qualche tempo la nozione di pace è tradita, lacerata e calpestata da individui che pretendono di appartenere a questa nostra casa, ma hanno deciso di ricostruirla su basi di esclusione e fanatismo. Per questo si danno all'assassinio di innocenti. Un'aberrazione, una crudeltà che nessuna religione permette.
Oggi hanno superato una linea rossa: entrare nella chiesa di una piccola città della Normandia e aggredire un anziano, un prete, sgozzarlo come un agnello, ripetere il gesto su un'altra persona, lasciandola a terra nel suo sangue tra la vita e la morte, gridare il nome di Daesh e poi morire: è una dichiarazione di guerra di nuovo genere, una guerra di religione. Sappiamo quanto può durare, e come va a finire. Male, molto male.
Perciò dopo i massacri del 13 novembre a Parigi, la strage di Nizza e altri crimini individuali, siamo tutti chiamati a reagire: la comunità musulmana dei praticanti e di chi non lo è, voi ed io, i nostri figli, i nostri vicini. Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che "questo non è l'Islam". Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l'Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l'Islam - o piuttosto - se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l'Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l'Islam dalle grinfie di Daesh. Abbiamo paura perché proviamo rabbia. Ma la nostra rabbia è l'inizio di una resistenza, anzi di un cambiamento radicale di ciò che l'Islam è in Europa.
Se l'Europa ci ha accolti, è perché aveva bisogno della nostra forza lavoro. Se nel 1975 la Francia ha deciso il ricongiungimento famigliare, lo ha fatto per dare un volto umano all'immigrazione. Perciò dobbiamo adattarci al diritto e alle leggi della Repubblica. Rinunciare a tutti i segni provocatori di appartenenza alla religione di Maometto. Non abbiamo bisogno di obbligare le nostre donne a coprirsi come fantasmi neri che per strada spaventano i bambini. Non abbiamo il diritto di impedire a un medico di auscultare una donna musulmana, né di pretendere piscine per sole donne. Così come non abbiamo il diritto di lasciar fare questi criminali, se decidono che la loro vita non ha più importanza e la offrono a Daesh.
Non solo: dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio, per garantire la sicurezza a tutti. Sapete bene che in ogni massacro si contano tra le vittime musulmani innocenti. Dobbiamo essere vigilanti a 360 gradi. Perciò è necessario che le istanze religiose si muovano e facciano appello a milioni di cittadini appartenenti alla casa dell'Islam, credenti o meno, perché scendano nelle piazze per denunciare a voce alta questo nemico, per dire che chi sgozza un prete fa scorrere il sangue dell'innocente sul volto dell'Islam.
Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini.
Apparteniamo alla stessa nazione, ma non per questo siamo "fratelli". Oggi però, per provare che vale la pena di appartenere alla stessa casa, alla stessa nazione, dobbiamo reagire. Altrimenti non ci resterà altro che fare le valigie e tornare al Paese natale.

IL GRANDE ELETTORE ISIS


Sandro Albini
27 Luglio 2016
I drammatici eventi di questi giorni li abbiamo tutti subiti con il loro carico di orrore, angoscia, impotenza. Domanda: perché, a chi serve? Risposte difficili da trovare: pianificazione del terrore, guerra asimmetrica, emulazione, e così via. Certo, finché rimane in esercizio la casa madre del terrore (leggi Isis in Siria) il fascino del male continuerà a suscitare fedeli tra menti deboli, delinquenti e i tanti individui marginali che non hanno nulla da perdere. Quindi non è da scartare una intensificazione delle operazioni militari per schiacciare la testa del serprente(coinvolgendo anche Putin). La conseguenza più pericolosa sta nella paura che si insinua tra la gente comune la quale è portata a inseguire il bisogno di sicurezza affidandosi alle parole d'ordine delle destre e dei populismi. Un primo risultato è già stato conseguito: la Brexit. Gli Inglesi hanno ritenuto di mettersi al riparo uscendo dall'Europa. Vedremo negli USA a novembre cosa succede tra la Clinton e Trump. Ma l'anno prossimo si vota in molti paesi europei: si rischiano clamorosi successi di forze politiche il cui obiettivo sarà di radicalizzare lo scontro e ulteriormente depotenziare un'Europa già debole. Difficile per chi tenta di mantenere a dritta la barra della ragione impedire contaminazioni: abbiamo più volte constatato come il vento dell'irrazionalismo sia capace di travolgere tutto e tutte sul globo terracqueo preparando il terreno a disastri politici e socioeconomici spaventosi. Basta rileggere la storia dell'Europa dei secoli scorsi: guerre per il potere nobilitate da motivazioni religiose e/o ideologiche hanno prodotto orrore, atrocità e sangue in misura e qualità non inferiori rispetto ai tempi nostri. Per quel che ognuno di noi può fare bisogna dire basta ai cialtroni di qualunque parte (e da qualunque podio) che attizzano odio, per i quali ogni pretesto è buono per trasformare gli avversari in nemici promettendo essere loro la soluzione di tutti i problemi. Poi stringere sul rispetto delle regole da parte di tutti, compresi coloro i quali sono stati accolti non per replicare un loro "Stato" dentro il nostro, ma per offrire loro una opportunità. Ognuno è libero di praticare il proprio credo ma senza sovrapporlo allo Stato laico, le cui norme non possono essere affievolite per nessun motivo. E poi, se non si ricostituisce un tessuto civile fatto di relazioni, solidarietà, condivisione nei paesi, nei quartieri, nei condomini, nelle città diventa praticamente impossibile affidare la sicurezza alle sole forze dell'ordine: lo abbiamo visto, non possono essere in ogni luogo. Il "controllo sociale" declinato nella sua accezione nobile è l'unico modo per rendere e far sentire più sicuri i cittadini. Soluzioni miracolistiche non ne esistono e chi le propone è un pericoloso imbonitore. Ognuno di noi può compiere una azione utile: esprimere il proprio voto, quando vi siamo chiamati, non contro qualcosa o qualcuno ma dopo aver valutato nel merito contenuti e proposte. Per non lasciare all'ISIS il potere di decidere del nostro futuro.

martedì 26 luglio 2016

«Le risposte ai demoni che ci perseguitano»


Zygmunt Bauman
di Davide Casati, inviato a Bruxelles 
Alle radici dell’insicurezza che attanaglia la società europea con la riflessione
del sociologo e filosofo polacco. «Attenzione al fascino pericoloso di uomini forti»

Quella a cui stiamo assistendo — in modo così prossimo e sconvolgente, nelle ultime settimane — è un’epoca segnata «dalla paura e dall’incertezza. E non bisogna illudersi: i demoni che ci perseguitano non evaporeranno». Anche perché — spiega il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, uno dei grandi pensatori della sfuggente modernità in cui viviamo — la loro origine ha a che fare con gli stessi elementi costitutivi della nostra società e delle nostre vite.
Professor Bauman, di fronte alla catena di attacchi di questi giorni, l’Europa si trova a fare i conti con un abisso di paura e di insicurezza. Quali risposte possono colmarlo?

«Le radici dell’insicurezza sono molto profonde. Affondano nel nostro modo di vivere, sono segnate dall’indebolimento dei legami interpersonali, dallo sgretolamento delle comunità, dalla sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti, dalla tendenza ad affidare nelle mani di singoli la risoluzione di problemi di rilevanza più ampia, sociale. La paura generata da questa situazione di insicurezza, in un mondo soggetto ai capricci di poteri economici deregolamentati e senza controlli politici, aumenta, si diffonde su tutti gli aspetti delle nostre vite. E quella paura cerca un obiettivo su cui concentrarsi. Un obiettivo concreto, visibile e a portata di mano».
Un obiettivo che molti individuano nel flusso di profughi e migranti.
«Molti di loro provengono da una situazione in cui erano fieri della propria posizione nella società, del loro lavoro, della loro educazione. Eppure ora sono rifugiati, hanno perso tutto. Al momento del loro arrivo entrano in contatto con la parte più precaria delle nostre società, che vede in loro la realizzazione dei loro incubi più profondi».
Di fronte a questa sfida, si moltiplicano i richiami da parte di alcune forze politiche alla costruzione di nuovi muri. Si tratta di una risposta sensata?
«Credo che si debba studiare, memorizzare e applicare l’analisi che papa Francesco, nel suo discorso di ringraziamento per il premio Charlemagne, ha dedicato ai pericoli mortali della “comparsa di nuovi muri in Europa”. Muri innalzati — in modo paradossale, e in malafede — con l’intenzione e la speranza di mettersi al riparo dal trambusto di un mondo pieno di rischi, trappole e minacce. Il Pontefice nota, con preoccupazione profonda, che se i padri fondatori dell’Europa, “messaggeri di pace e profeti del futuro”, ci hanno ispirato nel “creare ponti, e abbattere muri”, la famiglia di nazioni che hanno promosso sembra ultimamente “sempre meno a proprio agio nella casa comune. Il desiderio nuovo, ed esaltante, di creare unità sembra svanire; noi, eredi di quel sogno, siamo tentati di soffermarci solo sui nostri interessi egoistici, e di creare barriere”».
Nei suoi studi, lei ha indicato come valori fondativi delle nostre società la libertà e la sicurezza: dopo un’epoca in cui, per far crescere la prima, abbiamo progressivamente rinunciato alla seconda, ora il pendolo sta invertendo il suo corso. Quali riflessi politici ne derivano?
«Di fronte a noi abbiamo sfide di una complessità che sembra insopportabile. E così aumenta il desiderio di ridurre quella complessità con misure semplici, istantanee. Questo fa crescere il fascino di “uomini forti”, che promettono — in modo irresponsabile, ingannevole, roboante — di trovare quelle misure, di risolvere la complessità. “Lasciate fare a me, fidatevi di me”, dicono, “e io risolverò le cose”. In cambio, chiedono un’obbedienza incondizionata».
Sembra quello che sta proponendo il candidato alla presidenza degli Stati Uniti Donald Trump, le cui posizioni su sicurezza e immigrazione sono state di recente indicate dal presidente ungherese Viktor Orban come modelli anche per l’Europa...
«Quella a cui stiamo assistendo è una tendenza preoccupante: istanze di tipo sociale, come appunto l’integrazione e l’accoglienza, vengono indicate come problemi da affidare a organi di polizia e sicurezza. Significa che lo stato di salute dello spirito fondativo dell’Unione Europea non è in buona salute, perché la caratteristica decisiva dell’ispirazione alla base dell’Ue era la visione di un’Europa in cui le misure militari e di sicurezza sarebbero divenute — gradualmente, ma costantemente — superflue».
L’Islam è indicato da alcune forze politiche — ad esempio, la tedesca Pegida — come una fede intrinsecamente violenta, incompatibile con i valori occidentali. Che ne pensa?
«Bisogna assolutamente evitare l’errore, pericoloso, di trarre conclusioni di lungo periodo dalle fissazioni di alcuni. Certo: come ha detto il grandissimo sociologo tedesco Ulrich Beck, al fondo della nostra attuale confusione sta il fatto che stiamo già vivendo una situazione “cosmopolita” — che ci vedrà destinati a coabitare in modo permanente con culture, modi di vita e fedi diverse — senza avere compiutamente sviluppato le capacità di capirne le logiche e i requisiti: senza avere, cioè, una “consapevolezza cosmopolita”. Ed è vero che colmare la distanza tra la realtà in cui viviamo e la nostre capacità di comprenderla non è un obiettivo che si raggiunge rapidamente. Lo choc è solo all’inizio».
Siamo destinati quindi a vivere in società nelle quali il sentimento dominante sarà quello della paura?
«Si tratta di una prospettiva fosca e sconvolgente, ma attenzione: quello di società dominate dalla paura non è affatto un destino predeterminato, né inevitabile. Le promesse dei demagoghi fanno presa, ma hanno anche, per fortuna, vita breve. Una volta che nuovi muri saranno stati eretti e più forze armate messe in campo negli aeroporti e negli spazi pubblici; una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza. I demoni che ci perseguitano — la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto — non evaporeranno, né scompariranno. A quel punto potremmo risvegliarci, e sviluppare gli anticorpi contro le sirene di arringatori e arruffapopolo che tentano di conquistarsi capitale politico con la paura, portandoci fuori strada. Il timore è che, prima che questi anticorpi vengano sviluppati, saranno in molti a vedere sprecate le proprie vite».
Lei ha sostenuto che le possibilità di ospitalità non sono senza limiti, ma nemmeno la capacità umana di sopportare sofferenza e rifiuto lo è. Dialogo, integrazione ed empatia richiedono però tempi lunghi...
«Le rispondo citando ancora una volta papa Francesco: “sogno un’Europa in cui essere un migrante non sia un crimine, che promuove e protegge i diritti di tutti senza dimenticare i doveri nei confronti di tutti. Che cosa ti è accaduto, Europa, luogo principe di diritti umani, democrazia, libertà, terra madre di uomini e donne che hanno messo a rischio, e perso, la propria vita per la dignità dei propri fratelli?”. Queste domande sono rivolte a tutti noi; a noi che, in quanto esseri umani, siamo plasmati dalla storia che contribuiamo a plasmare, consapevolmente o no. Sta a noi trovare risposte a queste domande, e a esprimerle nei fatti e a parole. Il più grande ostacolo per trovarle, quelle risposte, è la nostra lentezza nel cercarle».