mercoledì 18 aprile 2018

Le bufale di Salvini

“il Pd ci ha dato Legge Fornero e riempito l'Italia di immigrati". 
La Fornero è del 2011 voluta dal governo Monti. 
L’immigrazione è regolata dalla Bossi-Fini.
L’accordo di Dublino l'ha firmato Berlusconi.

LA BREVE FELICE CARRIERA DI GIGGINO


Litiga con Salvini, ma non sa che Renzi lo aspetta dietro la porta.  
GIUSEPPE TURANI | 17/04/2018
Ho sempre sostenuto che gli strateghi della Casaleggio (inutile parlare di Di Maio) capiscano poco o niente di politica (ma molto di marketing). Adesso hanno fatto dire al loro candidato che si appresta a chiudere un forno (quello del Centrodestra) e che quindi rimarrà aperto solo il forno del Pd (che Di Maio e i 5 stelle non li vogliono vedere nemmeno in fotografia).
Però la politica è bizzarra e quindi non si sa mai. Un accorato appello del capo dello Stato, qualche urgenza internazionale e magari il governo Pd-5 stelle prende corpo davvero. Per ora si tratta quasi solo di fantasie di cronisti che non sanno che cosa scrivere. Ma è evidente che i 5 stelle stiano infilando la testa in un sacco senza sapere che gli andrà malissimo.
Non serve essere dei geni della politica per capire che, se la Casaleggio chiude il forno Salvini e lascia aperto solo quello Pd, di fatto si consegna mani e piedi legati al “perdente” delle ultime elezioni.
Secondo certe indiscrezioni (probabilmente inventate) sembra che Renzi non stia aspettando altro: “A Di Maio gli porto via anche la cravatta”.
Infatti, se mai dovesse accadere, è ovvio che il Pd, a quel punto unico possibile sostengo di un governo che veda impegnati i 5 stelle, chiederebbe dei prezzi altissimi:
1- No Di Maio presidente, ma personalità terza, magari anche più vicina al Pd che ai 5 stelle.
2- Vicepresidenza, Interni, Economia e Esteri al Pd.
3- Il programma dei 5 stelle (che cambia ogni due giorni e che contiene tutto e il contrario di tutto) viene spedito direttamente nel cestino della carta straccia e Calenda scrive il nuovo programma: prendere o lasciare.
In sostanza, il governo dei vincitori, a quel punto, sarebbe un governo a trazione Pd e a Di Maio rimarrebbero le inaugurazioni e il taglio dei nastri nelle fiere di paese.
Ma, ripeto, si tratta quasi solo di fantasie. Come quelle altre che vedono Berlusconi e i suoi uomini alla caccia di grillini insicuri e incerti sul proprio destino. Ne basterebbero qualche dozzina per fare un governo di Centrodestra (senza grillini) e magari con l’appoggio esterno del Pd o con il Pd che esce tatticamente dall’aula nel momento del voto di fiducia. In questo caso, Di Maio alla finestra a contare le pecore.
Insomma, i giochi non sono ancora fatti e per ora quello che si capisce è che il “vincitore” Di Maio non è messo bene. Ostenta sicurezza e arroganza, ma sta per andare a sbattere contro la realtà e la realtà dice che non può fare un governo da solo: a qualunque forno si rivolga dovrà pagare un prezzo elevatissimo: e la prima cosa che tutti chiederanno sarà la sua testa, un po’ perché sta antipatico (persino a quella brava persona di Mattarella) e un po’ perché è veramente ignorante.
Insomma, lui va dalla Gruber e parla come se già fosse presidente del Consiglio. Invece i suoi giorni di gloria sono quasi alla fine. E gli toccherà fare i conti con i suoi personali fantasmi: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, che gli daranno il benservito. A casa, insomma.
La breve felice carriera del guappo napoletano.

Acqua fuochino


Mattia Feltri
La Stampa 18 aprile 2018
Ieri il quotidiano Il Foglio ha pubblicato un articolo in cui si dimostra che, dopo le elezioni, il M5S ha cambiato il programma, quello scritto dal popolo e di cui si è inorgoglito Davide Casaleggio sul Washington Post. Un solo esempio, sulla Nato. Prima: «Disimpegno da tutte le missioni militari della Nato». Dopo: «Aprire un tavolo di confronto in seno alla Nato». Però è arrivata la smentita: macché, non abbiamo cambiato nulla! Ci perdoneranno gli amici del Foglio, ma tendiamo a dare credito ai Cinque Stelle. È la storia che parla per loro, una storia di granitica coerenza. Ve ne offriamo un saggio.  
Di Battista 1. «Io sono per lo Ius soli. È più italiano il figlio di immigrati nato in Italia piuttosto che un argentino, nipote di italiani, che l’Italia non l’ha mai vista». Di Battista 2: «Sullo Ius soli bisogna pensarci per bene». Di Maio 1: «Vogliamo portare uno tsunami nell’Ue». Di Maio 2: «L’Ue è la casa naturale del Movimento. Può essere lo strumento per risolvere la crisi». Roberta Lombardi 1: «Fuori gli indagati dallo Stato!». Roberta Lombardi 2: «Virginia Raggi indagata? Abbiamo sempre detto che nel caso di un avviso di garanzia bisogna valutare». Blog 1: «L’Italia non ha una legislazione per le unioni di fatto. È una vergogna. Non c’è nulla di male a essere gay. Fa invece schifo negare diritti per un pugno di voti». Blog 2: «Le sensibilità sono varie. Sulle unioni di fatto lasciamo libertà di coscienza». Grillo 1: «Uscire dall’euro il prima possibile». Grillo 2: «Non ho mai detto di uscire dall’euro». Ah, questi giornalisti.

lunedì 16 aprile 2018

Cinquestelle e Lega sono la stessa cosa: l’opposto della sinistra


Matteo Orfini | 14 aprile 2018

Negli ultimi tempi un largo fronte di intellettuali, giornalisti e opinionisti della stampa e della tv ha teorizzato con foga che il Partito democratico non dovrebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di appoggiare un governo del Movimento 5 Stelle. A sostegno della tesi sono state portate varie, e anche opposte, motivazioni, come diverse sono le premesse ideologiche dei numerosi promotori di simili appelli: da quelli che pensano che un’alleanza M5S-Pd potrebbe realizzare una sorta di socialismo dal volto umano, a quelli che pensano, al contrario, che il Pd dovrebbe appoggiare un governo cinquestelle proprio per garantire continuità rispetto a rigore nei conti pubblici, vincoli europei e collocazione internazionale del paese. Lascio da parte chi propone motivazioni di carattere etico-spirituale, sostenendo che dovremmo cogliere tale opportunità per «riscattarci». Tesi che ha comunque il pregio della coerenza: avendo i cinquestelle (proprio come la Lega, non a caso) chiesto un mandato agli elettori per smontare e capovolgere tutto quello che abbiamo fatto noi, l’unico motivo plausibile per appoggiarli, da parte nostra, non potrebbe essere che il desiderio di “riscattarci” da tali responsabilità. Magari dopo una pubblica abiura.
Intendiamoci. È giusto riflettere e discutere di tutto: della guerra e del fisco, dell’euro e dell’immigrazione. C’è però qualcosa che viene prima. Perché a dividerci dal Movimento 5 Stelle è anzitutto una diversa idea della democrazia. Su questo, qualche giorno fa, Biagio de Giovanni ha scritto sul Mattino cose importanti: un movimento che si fonda sulla contestazione del principio della democrazia rappresentativa mette in discussione la sintesi tra democrazia e liberalismo su cui si fonda la nostra Costituzione, e l’intero occidente liberaldemocratico. Accettare una simile posizione come fosse un vezzo, o una simpatica stranezza, significa aprire le porte a un principio autoritario che non a caso emerge quotidianamente nella vita interna di quel movimento. E che da tempo si sta facendo largo in vari modi, pericolosamente, nel mondo. Possiamo fingere di non vederlo, in nome di convenienze tattiche o di un superiore, e malinteso, interesse nazionale? E quale interesse nazionale è superiore alla difesa dei principi-cardine della democrazia rappresentativa? Questa è la prima domanda cui occorre rispondere. Ma dobbiamo capirci bene, perché non stiamo parlando di questo o quel punto di un programma elettorale, che può sempre essere oggetto di trattativa e compromesso. Stiamo parlando della ragione per cui facciamo politica. E stiamo parlando, anche, della ragione più profonda della nostra sconfitta alle elezioni del 4 marzo.
Perché la verità è che in Italia una maggioranza già c’è: è la maggioranza formata da tutti quelli che pensano che legalità significhi autoritarismo, che i diritti e le garanzie siano un ostacolo e che per sconfiggere il crimine occorra soltanto riempire le carceri, riempire i cittadini di armi e dar loro licenza di uccidere. Lo ha scritto qui, benissimo, Andrea Vigani: «È una maggioranza solida, stabile, contraria a ogni beneficio penitenziario per i detenuti e alla funzione rieducativa della pena (e quindi alla Costituzione), indifferente alla separazione dei poteri (e quindi alla Costituzione), ostile alla libertà del mandato parlamentare (e quindi alla Costituzione), che inneggia ogni giorno a una Costituzione scritta dai partiti antifascisti ma ha un’idea dello stato assai più simile a quella del regime precedente». Non c’è bisogno di un comitato di professori per valutare il grado di omogeneità politica del nostro o degli altri partiti a questi valori. È evidente a tutti: questa è la vera base valoriale, politica e culturale dell’intesa tra cinquestelle e Lega. Non è questione di programma, ma di identità. Nel senso che sono proprio la stessa identica cosa.
Per questo non possiamo accettare la rappresentazione del Movimento 5 Stelle come forza di sinistra. E non solo perché si tratta di un’affermazione sistematicamente smentita dagli interessati, i quali, come tutte le organizzazioni della destra più reazionaria, dall’Uomo qualunque degli anni cinquanta alle liste cripto-fasciste dei consigli d’istituto della nostra giovinezza, dicono sempre di non essere «né di destra né di sinistra». Il punto è che non basta enunciare la necessità di protezione sociale per essere di sinistra: lo fa anche Casapound. Il punto è che risposta si dà a quell’esigenza. Il Partito democratico, ad esempio, è contrario al reddito di cittadinanza non perché costa troppo, ma perché ne considera inaccettabile l’idea di fondo, e cioè che il lavoro sia solo lo stipendio, e quindi possa essere sostituito da un assegno. Mentre per noi, per la nostra cultura politica, per la nostra storia e per la Costituzione che lo afferma nel suo primo articolo, il lavoro è ciò che garantisce dignità alla persona, è lo strumento attraverso cui si costruiscono relazioni sociali e soggettività politica, è il fondamento della cittadinanza. Del resto, anche qui, se non ci si ferma alla superficie, si vede chiaramente la naturale convergenza tra i cinquestelle e la destra. Il principale tratto comune dei programmi economici del centrodestra, infatti, è l’impegno a un drastico taglio della spesa pubblica con cui finanziare la flat tax. Ma anche, volendo, il reddito di cittadinanza. Non per niente – premesso che le due cose non possono essere equiparate, in quanto la flat tax è agli antipodi dei principi costituzionali e del modello sociale europeo, imperniato su forte progressività delle imposte e welfare universalistico – anche il reddito di cittadinanza viene proposto dai cinquestelle come alternativa al welfare pubblico, per di più da realizzare insieme a una forte riduzione delle tasse, e può quindi trovare le risorse necessarie solo a una condizione: lo smantellamento dello stato sociale. Senza dimenticare che anche la revisione della riforma Fornero, se verrà realizzata, è destinata a essere finanziata con un taglio massiccio delle pensioni del ceto medio (o a portare l’intero sistema pensionistico al dissesto, e quindi alla messa a rischio delle pensioni di tutti gli italiani).
Sono solo alcuni esempi, tra i molti che si potrebbero fare, del perché non c’è alcuna possibilità di una collaborazione con il Movimento 5 Stelle, che non è una costola della sinistra e non è meno lontano dal Partito democratico di quanto lo sia la Lega. Il Pd non può che stare all’opposizione di entrambi questi partiti, che sono al tempo stesso reazionari ed estremisti. E nessun confronto più o meno strumentale potrà cambiare questo dato di fatto, se non snaturando a tal punto la natura del Pd da decretarne la fine.
Opposizione, però, non significa Aventino (che semmai è l’esatto contrario), né “lasciar fare” i partiti usciti vincitori dalle urne, in attesa che il pendolo dell’alternanza riconsegni a noi la guida del paese. Nessuno ha in mente un’idea così inerziale del nostro ruolo. Del resto, da quando in qua l’unico modo di fare politica è stare al governo? Nessuna idea della politica è più minoritaria di questa, che fa coincidere l’unica e sola possibilità di giocare un ruolo con un posto in maggioranza. Mentre il principale limite del Partito democratico è stato semmai proprio nell’incapacità di svolgere appieno, nella società, quella funzione nazionale ed europea che ha saputo svolgere dal governo, difendendo l’interesse del paese nella battaglia contro l’austerity e per una gestione comune dell’immigrazione, senza cedere né alla facile demagogia dei populisti né alle teorie autolesioniste dei liberisti di casa nostra. In questo senso, l’opposizione può essere la trincea da dove presidiare l’interesse nazionale e i principi costituzionali, ma anche il terreno su cui ricostruire il Pd come grande partito nazionale, popolare ed europeo.
Quello di cui sto parlando non ha evidentemente nulla a che fare con il genere di opposizione che cinquestelle e Lega hanno fatto in questi anni. E qui c’è un’altra differenza sostanziale tra noi e loro. Un conto, infatti, sono la battaglia politica, la propaganda e la polemica, anche le più aspre, che sono sempre legittime. Altro conto sono le campagne di diffamazione, l’insinuazione a prescindere e le accuse a casaccio come arma politica quotidiana. È questo modo di sostenere le proprie posizioni che deve essere combattuto, e non solo in politica, perché è una minaccia per la convivenza civile, come sa chiunque abbia mai aperto un social network. Non si tratta di buone maniere, ma di trasparenza. Si tratta di ripulire il dibattito pubblico dall’uso sistematico delle falsità e delle insinuazioni come strumento di lotta politica. E questo, per noi, è la prima e irrinunciabile condizione per parlare con chiunque: lo dobbiamo non solo ai nostri militanti ed elettori, che sono stanchi di essere insultati, ma a tutti gli italiani, che meritano un sistema democratico libero dalle scorie della disinformazione e del fanatismo. Perché il modo in cui si conduce la lotta politica non è una questione di forma o di bon ton. È un tema di qualità della democrazia. Perché a forza di delegittimare tutto si finisce per non credere in nulla, nemmeno nella scienza, come dimostrano le assurde, e pericolosissime, polemiche sui vaccini.
Non sarebbe giusto, però, scaricare la responsabilità di questo stato di cose esclusivamente sul Movimento 5 Stelle. La campagna contro la politica e i partiti, contro le istituzioni, le forme e i principi della democrazia rappresentativa è iniziata ben prima che Beppe Grillo decidesse di aprire un blog. E il Partito democratico che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti durante il governo Letta e invitato a tagliare le poltrone dei politici durante la campagna referendaria ha la sua buona parte di responsabilità. D’altra parte, va detto che alla diffusione di quelle parole d’ordine hanno contribuito per decenni, in una forma o nell’altra, buona parte delle classi dirigenti liberali di questo paese, l’ottanta per cento dei giornalisti e il 99 per cento degli editori. E anche – dobbiamo dircelo – la sinistra. O almeno la sinistra dell’indignazione perenne: quella che si compiace di rappresentare una ristrettissima minoranza di puri imprigionati non si sa come in un paese di farabutti. Nella Seconda Repubblica, nata non a caso da due eventi opposti eppure convergenti come l’inchiesta Mani Pulite e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, i riformisti hanno denunciato sin dall’inizio quella deriva antipolitica e sovversiva. E a chi ci spiegava che sbagliavamo, che la vera sinistra era proprio quella che invocava la forca per gli avversari politici, abbiamo sempre replicato che, al contrario, quella era la nuova destra. E non solo perché faceva concretamente il gioco di Berlusconi, ma perché della destra peggiore e più radicale assumeva le parole d’ordine e la cultura: il gusto per la giustizia sommaria e il capro espiatorio, la paura del futuro e la chiusura nei confronti di ogni diversità, la pulsione autoritaria e il disprezzo per i partiti e il parlamento. È questa la vera e indicibile ragione per cui tanti intellettuali, di fronte all’abbraccio tra Di Maio e Salvini, corrono in televisione o sui giornali a sostenere l’insostenibile, pronti a negare l’evidenza, pur di allontanare il sospetto che un governo Lega-M5S dimostri definitivamente chi aveva ragione e chi aveva torto in quella discussione.
Per averne conferma, basta vedere cosa sta succedendo nell’America di Donald Trump, e l’influenza che la sua ascesa ha già avuto nel mondo. Un salto di qualità che – come ha scritto qui Francesco Cundari – impone di rivedere i termini del dibattito che la sua vittoria, insieme con l’esito del referendum sulla Brexit, aveva aperto anche tra di noi, a proposito del distacco tra sinistra democratica e masse popolari. Se è vero, infatti, che il successo di Trump è stato favorito anche dalla ritirata di una cultura progressista che ha smesso di rappresentare larga parte dei nuovi esclusi della globalizzazione, tra le manifestazioni anti-Trump che chiedono limiti alla diffusione delle armi da fuoco e le manifestazioni pro-Trump che gridano slogan contro neri ed ebrei dietro svastiche e croci celtiche, nessuno può avere dubbi su dove siano la destra e la sinistra, o su chi stia davvero dalla parte dei più deboli. Certo che la sinistra non può occuparsi solo di diritti civili, dimenticando la questione sociale, se non vuole trasformarsi in una élite senza più rapporto col popolo. Ma se in nome della questione sociale rinuncia al diritto, si trasforma in fascismo.
A Macerata, dove un neonazista già candidato come consigliere comunale dalla Lega si è messo a sparare ai migranti e a una sezione del Pd, la Lega è passata dallo 0,6 al 20 per cento. E mentre Matteo Salvini e gli altri leader del centrodestra non esitavano a giustificare l’attentatore con parole incredibili, Luigi Di Maio e i cinquestelle rifiutavano esplicitamente di commentare in alcun modo l’accaduto, non fosse mai che una presa di posizione troppo netta facesse loro perdere qualche voto. Magari proprio tra quegli ingenui che li considerano ancora di sinistra. Ebbene, popolare o impopolare che sia, anche di questo noi continueremo a parlare, e non c’è considerazione di opportunità politica o elettorale che ci farà indietreggiare di fronte al fascismo e alla violenza razzista. Non a caso, nella tradizione della sinistra, popolo non è solo un concetto sociologico, ma anche un concetto politico. Un concetto che contiene almeno una dimensione costruita, plasmata e rivitalizzata dalla politica: dalla sua capacità di suscitare aspettative e opportunità, coscienza dei propri diritti e senso di appartenenza. E anche fiducia. Perché a gridare che tutto fa schifo e non c’è niente da fare si prenderanno magari gli applausi dei tanti disperati ed esasperati che la crisi ha spinto ai margini, ma per costruire con loro una via d’uscita dalla disperazione serve anzitutto fiducia in se stessi e nel prossimo.
Per poter dire qualcosa di significativo, però, la politica deve prima riconquistare diritto di parola: questo è il punto decisivo che si nasconde dietro le mille campagne contro la «casta». Perché l’afasia che ha colpito la politica – e anche, come ha notato qui Massimo Adinolfi, la filosofia – non ha colpito allo stesso modo tutti i saperi. Politica e filosofia tacciono, e sembrano divenute improvvisamente incapaci di dire una parola sul futuro, ma le scienze parlano eccome. Sfornano continuamente proiezioni, stime e scenari, con cui invitano la politica ad agire per sventare minacce incombenti. Abbiamo sempre meno parole sul futuro, e sempre più strategie per sterilizzarne i pericoli. Eppure è proprio questo il compito che spetta oggi alla politica e al Partito democratico: fare della politica il luogo in cui torna ad avere un senso ragionare sul futuro, cioè su una cosa diversa da quella che c’è ora. Fare la guerra allo scetticismo, al cinismo e al complottismo paranoico che sembrano ormai dominare lo spirito del tempo, e che sono solo diverse facce di un disperato individualismo.
Questo è il posto che spetta oggi alla sinistra e al Pd, ed è un posto di combattimento.

IL PD HA UN FUTURO? Intervista a Giorgio Tonini


blog CONFINI
Pierluigi Mele
10 aprile 2018

Giorgio Tonini, dopo quattro legislature lei non si è ricandidato e adesso è un ex-senatore, ma rimane un esponente politico del PD, autorevole perché di grande esperienza (nella precedente legislatura è stato, tra l’altro, Presidente della Commissione Bilancio del Senato). Proviamo, per quanto è possibile, a fare un ragionamento sulla crisi del suo partito. Non si può non prendere le mosse dalle cause della sconfitta. Come è stato possibile che un intero gruppo dirigente non si sia accorto del grido di dolore, di protesta che saliva dalla società? Eppure la sconfitta referendaria del famoso 4 dicembre avrebbe dovuto essere motivo di grande allarme…

Non credo si possa dire che, al di là della propaganda, il gruppo dirigente del Pd pensasse di poter vincere le elezioni. Dopo il 4 dicembre era chiaro a tutti che nel paese era in atto una crisi di rigetto nei confronti del nostro riformismo. In particolare, tutti sapevamo di essere tagliati fuori dal confronto politico nel Mezzogiorno: l’area del paese che aveva pronunciato il No più categorico al referendum costituzionale, un’area nella quale la partita era tra la destra e Cinquestelle, con un forte vantaggio del movimento grillino. Sapevamo che anche al Centro, nelle tradizionali roccaforti rosse, rischiavamo un pesante ridimensionamento, anche a causa di una scissione che, contrariamente a quel che pensavano i leader di LeU, sarebbe stata a somma negativa. In molti (ed io ero tra questi), speravamo in un risultato migliore al Nord, ove era ed è maggiormente percepibile un dividendo sociale della ripresa economica. Ma abbiamo sottovalutato quella che io chiamo la “sindrome bavarese”: un malessere diffuso, in gran parte indotto dal complesso fenomeno dell’immigrazione e che, anche nella regione più prospera della Germania, ha penalizzato fortemente il partito di governo, la Csu, l’alleato fondamentale della Merkel. Alla fine il risultato è stato peggiore delle previsioni più pessimistiche per il Pd, molto lontano, in peggio, perfino dalla sconfitta del 4 dicembre. Al di là del dato numerico, tuttavia, sul piano politico si è verificato quel che si prevedeva: una sconfitta del Pd, ma senza nessun vincitore, nessuno in grado di avere i numeri per governare sulla base di un chiaro mandato elettorale. Non riesco a non dire che solo se fosse stata approvata la riforma costituzionale, insieme all’Italicum, avremmo oggi un governo deciso dagli elettori. Il 19 marzo avremmo avuto il turno di ballottaggio, che probabilmente avrebbe visto uno spareggio tra Cinquestelle e Pd. Ma i due vincitori del 4 marzo, la destra e i Cinquestelle, il 4 dicembre avevano preferito puntare sullo sfascio, pur di abbattere Renzi, il governo e il Pd. E oggi, per uno dei frequenti paradossi della storia, devono chiedere al Pd i voti per governare…

La sconfitta è figlia di tanti errori, ma qual è stato l’errore “letale”  fatto dal PD?

Aver pensato che il 40 per cento delle europee fosse una delega in bianco. E non aver colto che in quel voto c’era una contraddizione interna che non sarebbe stato facile sciogliere. Mi riferisco alla contraddizione tra la componente populista del renzismo, quella che ne faceva una proposta in netta discontinuità con le politiche del governo Monti, una discontinuità simboleggiata dagli 80 euro, che sono parsi annunciare una nuova stagione redistributiva, e la necessaria, vorrei dire inevitabile, disciplina europea della politica economica dell’Italia, che ha segnato, io dico positivamente, l’azione del governo Renzi e, in modo ancora più netto, quella del governo Gentiloni. Per la verità, Renzi a me è parso sempre consapevole di questa contraddizione, di questa tensione tra un voto al Pd in quanto unico partito europeista e un voto al renzismo, in quanto versione omeopatica del populismo. Renzi e noi con lui abbiamo pensato che l’unico modo possibile di gestire questa tensione tra europeismo e populismo fosse scommettere sul riformismo, innanzi tutto a livello europeo. E infatti il 40 per cento del Pd è servito a “riformare”, all’insegna della flessibilità, il Patto di stabilità e crescita e il Fiscal Compact. Lo stesso indirizzo espansivo della politica monetaria, impresso da Draghi alla Bce, è stato coerente con questa riforma europea. Ma il riformismo, come ha ripetutamente spiegato il ministro Padoan, è un “sentiero stretto”, che impone una pazienza e una disciplina condivise, a livello diffuso, tanto più per un Paese come il nostro, afflitto da problemi strutturali immensi: il debito pubblico più grande, la demografia peggiore, la produttività più bassa, il più alto livello di disuguaglianza, la più estesa area di sottosviluppo in Europa. Qui facciamo i conti con il limite più grave della politica renziana: la sottovalutazione del ruolo del partito, strumento essenziale per costruire questa consapevolezza diffusa. Renzi può invocare molte attenuanti, perché nessuno dei suoi predecessori ha davvero capito la necessità di costruire modalità innovative di organizzazione politica della società civile. Resta il fatto che lui ha sostanzialmente abbandonato questa decisiva frontiera e quando ha avuto bisogno del partito ha trovato solo macerie: quello che doveva essere non un “nuovo partito”, ma un “partito nuovo” era ridotto ad una confederazione di correntine, un po’ patetiche e molto ridicole, naturalmente in perenne lotta tra loro, per un potere che si stava sbriciolando.

Non le ha fatto impressione che parecchi lavoratori iscritti alla Cgil abbiano votato 5Stelle e Lega?

No, perché purtroppo non è una novità. Sono decenni che il voto operaio va in maggioranza a destra. Anche nel 2013 il Pd di Bersani si era piazzato al terzo posto nelle preferenze degli operai, dopo Cinquestelle e destra. Si potrebbe ricercare una radice antica di questo fenomeno perfino nel gramscismo, che stabilì il primato della “riforma intellettuale e morale” su quella economica e sociale… Forse è anche per questa ragione che non abbiamo mai avuto in Italia un grande partito riformista, perché la sinistra ha preferito discutere per decenni su come riformare il comunismo, anziché su come riformare il capitalismo… Chissà, forse se avessimo avuto Di Vittorio, invece di Togliatti, alla guida della sinistra italiana, le cose sarebbero andate diversamente… Ma senza andare troppo indietro, in tutta la Seconda Repubblica, dal 1994 ad oggi, solo una volta il centrosinistra ha avuto la maggioranza dei voti operai: è stato alle elezioni europee del 2014, quelle del Pd al 40 per cento. Semmai, la brutta notizia delle elezioni del 4 marzo è che abbiamo perso il primato nel voto degli impiegati, in particolare pubblici, a cominciare dagli insegnanti.

Ora da parte di alcuni intellettuali, e anche riviste vicine alla sinistra si chiede di sciogliere “questo” PD e ripensare, in profondità, le ragioni di una forza di sinistra nel nostro Paese. Insomma siamo all’anno zero della sinistra italiana?

Ecco, appunto: torniamo a discutere di come riformare la sinistra, invece di come riformare il Paese… Pensiamo alla quantità di energia sprecata nella scissione, motivata dalla ricerca della sinistra perduta: tonnellate di carta, milioni di parole, per spostare seimila voti, quelli che, sulla base dei conti dell’Istituto Cattaneo, LeU ha preso in più nel 2018, rispetto a quelli che Sel aveva preso da sola nel 2013. Seimila voti, su 60 milioni di italiani. Lo 0,01 per cento. L’ex-presidente del Senato, Piero Grasso, è tornato a Palazzo Madama alla testa di un gruppo di quattro senatori, compreso se medesimo. E al suo posto ora c’è una pasdaran berlusconiana, eletta coi voti dei Cinquestelle. Un capolavoro di eterogenesi dei fini. No, non è riaprendo l’inutile disputa teologica circa l’essenza della sinistra che ritroveremo la via delle menti e dei cuori degli italiani. Per me un partito è fatto di tre cose: una visione del mondo, che per noi è data dal tentativo mai perfetto di coniugare crescita economica e uguaglianza sociale nella democrazia; un programma, fatto di risposte concrete ai problemi del Paese; e un’organizzazione per elaborarlo in modo collettivo e realizzarlo col consenso dei cittadini. Il programma non può essere altro che un nuovo tentativo di quadrare il cerchio tra europeismo e populismo, attraverso il riformismo. Dobbiamo smontare mentalmente quello che abbiamo fatto e rimontarlo in modo più convincente. E dobbiamo mettere mano ad una nuova forma di organizzazione politica, mutuando le tecniche organizzative più efficaci e innovative dal mondo che vive attorno a noi. L’organizzazione è una scienza, che ha prodotto tecniche sofisticate. E invece noi l’abbiamo affidata a dei praticoni, senza alcun investimento intellettuale, professionale, finanziario.

Per qualcuno una via d’uscita alla crisi è  quella “macroniana”, ovvero costruire un partito alla Macron… A me sembra una cosa  che non risponde alla crisi del Pd. C’è stato un voto chiaramente antiestablishment e si propone, invece, un modello che è establishment o tecnocratico. Certo alcuni valori di Macron, vedi l’Europa, sono importanti altri sono distanti. Qual è il suo pensiero?

Il mio pensiero è che la inaspettata vittoria di Macron ha salvato l’Europa, che sarebbe morta se avesse vinto il fronte nazionalista lepeniano. Salvando l’Europa, Macron ha rimesso la Francia al centro della politica europea, rilanciando l’asse franco-tedesco. Nei due anni precedenti non era stato così. Dalle europee del 2014 fino al referendum costituzionale, l’Europa era stata guidata da un asse italo-tedesco, con l’Italia di Renzi che non ha imposto la sua agenda, questo no, ma è riuscita a condizionare in modo significativo quella tedesca. La crisi del Pd, a partire dal 4 dicembre 2016, e il parallelo riemergere prepotente della Francia di Macron, hanno ristabilito il vecchio schema, che prevede il primato franco-tedesco e l’Italia come partner debole dei due più forti, insidiata dalla Spagna nel ruolo di numero 3. Ora il Pd non ha più la forza di imporre il suo gioco e non vedo per noi altra vocazione che quella originaria: essere parte della famiglia socialista per costruire un centrosinistra europeista più ampio, che abbia oggi in Macron il suo primo interlocutore. Penso che il primo obiettivo dovrebbe essere quello di individuare, per le elezioni europee del ‘19, un candidato comune alla presidenza della Commissione europea, in alternativa a quello che proporranno i popolari. Non si tratta quindi, per il Pd, di scegliere tra Macron e i socialisti, ma di lavorare ad un’alleanza tra queste forze.

Il futuro di Matteo Renzi?

Un vecchio sindacalista diceva: se non riesci ad essere una risorsa, cerca almeno di diventare un problema. Ecco, io spero che Renzi non ascolti consigli come questo. Spero che lavori ad un disarmo bilanciato delle correntine che stanno dilaniando il Pd, che oggi appare diviso tra fedelissimi del capo sconfitto e nostalgici della sconfitta precedente. Due posizioni, una più respingente dell’altra. Mi auguro che Renzi nutra l’ambizione di aprire una fase nuova, mostrando il coraggio dell’umiltà e dell’inclusione.

Torniamo al partito. Nel progetto del PD, sintetizzato nella sua carta dei valori, c’era il meglio del riformismo italiano. Era presente un’eco della “terza via”. Una “terza via” che non è stata capace di regolare la globalizzazione. Anzi, per certi versi, è apparsa troppo accondiscendente. Insomma se un qualche “ripensamento” andrà fatto dove trovare sul piano culturale politico spunti per una nuova “lingua” del PD?

Non ho mai condiviso questi giudizi sommari sulla “terza via”, perlopiù pronunciati da esponenti della sinistra minoritaria, se non gruppuscolare, quella che sogna la bella sconfitta e disprezza le brutte vittorie, quelle che fanno i conti col principio di realtà. La “terza via”, da un secolo a questa parte, è sempre stata il sinonimo del riformismo. La “terza via” è la riforma del capitalismo, il suo condizionamento attraverso l’azione sociale e politica, la sua graduale trasformazione in economia sociale di mercato. Il problema oggi aperto davanti al riformismo, nei paesi occidentali, è che la via riformista per tutto il Novecento ha potuto fare leva sullo Stato nazionale, perché era a quel livello che era possibile condizionare in modo efficace il capitalismo, mentre oggi questo non è più possibile. Il capitalismo globalizzato sfugge alla regolazione degli Stati nazionali. Di qui la vera alternativa del tempo presente: ristabilire il primato degli Stati nazionali, anche a costo di sacrificare lo sviluppo capitalistico, in realtà lasciandolo ad altri, o invece adeguare gli strumenti di regolazione, spostandoli ad un livello sovranazionale, nel nostro caso almeno europeo e in parte transatlantico. Ecco, io penso che il nostro problema non sia oggi rinunciare alla “terza via” in nome di una chiusura neo-sovranista, sulla linea vagheggiata da Trump, ma di costruirla, la “terza via”, la riforma del capitalismo, ad un livello sovranazionale, sulle orme del grande lavoro fatto negli anni scorsi da Obama. Cominciando dalla riforma europea, sulla falsariga di quella proposta da Macron.

Se lei dovesse indicare, in estrema sintesi, le priorità del PD quale metterebbe?

La riforma europea. La costruzione di una sovranità europea condivisa tra gli Stati che accettano di farlo. Difesa, sicurezza, immigrazione, frontiere comuni. E poi, nodo decisivo, una capacità di bilancio dell’Eurozona. Solo se riusciremo a rimettere in moto la costruzione di un’Europa politica, potremo quadrare il cerchio in Italia tra crescita, occupazione e riduzione del debito. Per ridurre il debito dobbiamo fare un elevato avanzo primario, ossia destinare a quell’obiettivo una quota significativa di entrate fiscali, che per molti anni devono essere sottratte a investimenti produttivi e servizi sociali. Ma il voto del 4 marzo ci dice che il Paese non ce la fa più a sostenere questo sforzo. Perché è un paese che da troppo tempo non investe più sul futuro: infrastrutture materiali e immateriali, scuola, università, ricerca, innovazione. Solo se scende in campo l’Europa, attraverso un bilancio dell’Eurozona, a sostegno della crescita e dell’occupazione, il doveroso e indispensabile rientro dell’Italia dal debito può farsi sostenibile. Anche politicamente.

Ultima domanda: Ha qualche consiglio da dare ai suoi amici impegnati nelle consultazioni?

Penso che il Pd abbia il dovere di avanzare una proposta programmatica per il governo del Paese. Poi è evidente che, sulla base dei rapporti di forza in parlamento, la costruzione di un assetto di governo non è nelle nostre mani. Ma dobbiamo evitare di trasmettere ai cittadini sia l’impressione che ci chiamiamo fuori da ogni responsabilità per rabbia e per rancore, sia la sensazione di essere alla ricerca di una quota di potere a qualunque costo. Alcuni punti programmatici molto chiari possono rendere comprensibile la nostra scelta, qualunque essa risulti essere, alla fine di una crisi politica che certo non sarà breve.

martedì 10 aprile 2018

La corazzata Potëmkin è...


La Stampa 10 aprile 2018
Mattia Feltri
Salvini 1: «Quello italiano è uno Stato di m...». Salvini 2: «Fornero, la cambieremo la tua legge infame, e vaffan...». Salvini 3: «Bruxelles è il Quarto Reich. Sono nazisti. Una presa per il c...». Salvini 4: «Napoli m... Napoli colera». Salvini 5: «Per i bastardi ci vuole la castrazione chimica».  
Salvini 6: «Quello di Monti è un governo fascista come neanche nel Ventennio». Salvini 7: «Chi è al governo è un imbecille». Salvini 8: «Alfano, sei un personaggio inutile e incapace, cretino che non sei altro». Salvini 9: «Manuel Valls? Uno scemo. È tutto scemo». Salvini 10: «Quest’Italia mi fa schifo».  
Salvini 11: «Sto leggendo delle dichiarazioni di Mattarella e mi incazzo come un bufalo». Salvini 12: «Renzi ha le mani sporche di sangue». Salvini 13: «Prodi ci ha portato in una moneta criminale che ha fatto morti e feriti». Salvini 14: «I clandestini devono andare a casa a calci in culo». Salvini 15: «La Corte di Strasburgo ha rotto le palle».  
Salvini 16: «Napolitano ha rotto le palle, va arrestato». Salvini 17. «Non rompeteci i c... con i diritti umani». Salvini 18: «Della riforma costituzionale me ne fotto». Salvini 19: «Unione europea ipocrita, governo schifoso». Salvini 20: «Quell’infame di Renzi».  
Salvini 21: «Renzi è un fesso». Salvini 22: «Di Maio è un ignorante e un incompetente ineguagliabile. Fa soltanto cabaret». Salvini 23: «Umiltà, coerenza, ascolto e buon senso. Per governare occorrono queste doti, con l’arroganza e l’egoismo non si costruisce nulla».  

sabato 31 marzo 2018

Delrio: «Tra Pd e Cinque Stelle la distanza è sostanziale»


Monica Guerzoni, Corriere della Sera
31 marzo 2018
Graziano Delrio è pronto al dialogo con i due vincitori, ma sulle riforme e non sulle poltrone. Al Quirinale il capogruppo alla Camera porterà la determinazione del Pd a tenere conto del voto degli italiani: «Non siamo minoranza per scelta o per capriccio, non si può fare finta che il risultato delle elezioni sia stato un incidente».
Di Maio vi rimprovera di sottrarvi alle convergenze. Siete pronti a parlare di governo con il M5S?
«Se per trovare convergenze propongono la flat tax per far pagare meno tasse ai ricchi togliendo risorse a scuole e sanità pubblica, l’argomento è chiuso. E se vogliono cancellare la legge Fornero io dico che è pericoloso, perché minando il sistema rischiamo di non pagare più le pensioni».
Lascerete che nasca un governo Di Maio-Salvini?
«La nostra linea è chiara, vogliamo rispettare il risultato del 4 marzo e su questo siamo d’accordo con Salvini e Di Maio. La democrazia si rafforza quando si rispetta il voto, non tenerne conto invece può essere pericoloso. Non tifiamo per nessun governo con programmi che danneggiano l’Italia».
Continuerete a disertare i tavoli di confronto?
«Ci possiamo sedere sempre, ma mi sembra impossibile che le differenze siano scomparse a venti giorni dal voto. Se siamo seri dobbiamo dire che le distanze programmatiche, tra noi e la Lega e tra noi e i 5stelle, su molti temi sono sostanziali. Non è questione di renziani o non renziani, ma di contenuti».
I vincitori volano nei sondaggi, voi siete fermi. Eppure lei come Renzi pensa che l’opposizione gioverà al Pd?
«Fa bene al Paese una minoranza ricca di proposte per il benessere di famiglie e imprese. Accusarci di immobilismo prima ancora che parta la legislatura è ingeneroso. Dobbiamo fare un’analisi profonda della sconfitta e mettere in campo la nostra agenda programmatica, non possiamo solo contrastare quella altrui. Sulle cose che interessano gli italiani non staremo a guardare, saremo protagonisti».
Intanto M5S e Lega si prendono tutte le cariche. Non hanno ragione Franceschini, Emiliano, Orlando e gli altri che spingono per il confronto?
«La nostra serietà non sia presa per debolezza. Noi abbiamo rifiutato confronti per rispetto alle consultazioni e al ruolo del presidente della Repubblica. Per ora 5stelle e destra sono stati molto abili a spartirsi le poltrone, più che a garantire le regole e il buon inizio della legislatura».
Un pontiere come lei non ha la tentazione di allearsi con il M5S contro la destra?
«Dialogo sempre con tutti quelli che si impegnano a risolvere i problemi, come ridurre le diseguaglianze e aumentare la giustizia sociale. Non abbiamo preclusione al confronto sui temi che aiutano la vita delle persone, ma le loro ricette sono sbagliate».
E se Mattarella vi proponesse un governo di scopo?
«Il presidente troverà nel Pd ascolto, attenzione e la massima collaborazione, come ha deciso all’unanimità la direzione del Pd. Ma io non so cosa voglia dire governo di scopo».
Un governo che fa la legge elettorale, ad esempio.
«Sì, ma quale legge? La politica italiana è ammalata di formule e liturgie, io vorrei che parlassimo di contenuti».
II Pd rischia l’estinzione?
«No, se ripartiamo dai principi e dai valori e ricostruiamo una identità più forte in una società che è cambiata. In questa traversata, che non sarà nel deserto perché abbiamo con noi sei milioni di elettori, dobbiamo giocare un ruolo. Ritroviamo uno slancio partendo dalla sofferenza delle persone e poi vediamo cosa succede».
Renzi esercita un potere di interdizione sul Pd?
«No. Marcucci e io non abbiamo un capo o una società esterna che ci dà ordini. A differenza del M5S il nostro regolamento è aperto alla pluralità, non c’è uno che decide per tutti. Io mi confronto con Matteo sui contenuti e lui, avendo fatto il passo indietro, vuole che il Pd faccia il suo percorso con serenità. Ma è un senatore e non gli si può chiedere di non essere un dirigente del Pd».
Perché allora, sull’elezione dei capigruppo, Martina ha minacciato le dimissioni?
«C’è stato un confronto in un gruppo dirigente allargato e poi il reggente ha fatto la sintesi».
La leadership di Maurizio Martina è stata intaccata?
«Ho governato il Paese per cinque anni e non credo che la leadership si eserciti sulle nomine. Il congresso ha disegnato un’area di maggioranza che va da Martina a Orfini e dialoga con la minoranza. L’unità nella diversità è un valore».
Il Pd sembra già in pieno congresso. Lei si candida?
«Il Pd ha intelligenze migliori e io, anche per ragioni familiari, non sono disponibile».
Gentiloni può essere il traghettatore?
«Non lo so. Non ci serve un capo, ma un orizzonte. Con metafora pasquale direi che dobbiamo lavare i piedi, servire i tanti smarriti in questa società. Io come Grillo sono gaberiano, sono contro le ideologie, ma non si può dire che destra e sinistra non esistano più. C’è una destra nazionalista, cattiva, che divide la società e mette in pericolo la pace. Su questioni sostanziali come la democrazia i 5stelle hanno una visione molto diversa dal Pd, che deve far circolare idee di sinistra».
Non è il caso che si dimetta da ministro?
«Sto chiudendo gli ultimi atti per i territori. Sono pronto».